07/06/2026
Il XVIII secolo vede la controversia tra L’ di Realvalle e La Parrocchiale di San Pietro Apostolo
L’abbazia continuò la sua esistenza perdendo progressivamente importanza, anche perché i borghi limitrofi – San Pietro, Scafati e San Marzano – non le appartenevano. Come si è visto per Scafati, essi erano infatti infeudati autonomamente e dotati di proprie strutture religiose, del tutto indipendenti dal monastero. Questa frammentazione causò frequenti conflitti tra le istituzioni, come quello che oppose la parrocchia di San Pietro all’abbazia di Realvalle.
La controversia, che risale al 1745 e si protrasse a intervalli regolari fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, vide coinvolti il parroco, le autorità diocesane, i monaci e il feudatario del borgo, il duca De Maio. Il primo protagonista della vicenda fu il parroco di San Pietro, don Tommaso Antonio di Cortona. A partire dal 1745, forte di un riconoscimento pontificio del 1741 che dichiarava la chiesa arcipretale nullius diocesis (cioè dotata di territorio e giurisdizione propri, non sottoposta a un ordinario diocesano), il sacerdote iniziò a rivendicare le prerogative di un abate. Sosteneva infatti di averne diritto in quanto erede dei titoli dell’antica abbazia benedettina di San Pietro ad Erceca, tentando così di estendere la sua autorità su Realvalle.
In questa strategia fu sostenuto da don Gennaro De Maio, duca di San Pietro, il quale mirava ad accrescere il prestigio politico e sociale del feudo trasformando la propria chiesa in badia ed esercitando la propria influenza sui monaci cistercensi. La disputa fu lunga e aspra: il parroco arrivò persino a scomunicare i monaci e a proibire ai parrocchiani di confessarsi presso di loro. Il duca De Maio giocò un ruolo chiave: se fosse riuscito a far riconoscere il titolo di abate al parroco e a ottenerne la giurisdizione, avrebbe potuto incamerare l'ingente patrimonio del monastero nel proprio ducato. La vicenda si concluse tuttavia con il rifiuto sia delle autorità religiose sia di quelle civili; anche la Real Camera, a cui si era appellato il duca, negò definitivamente tali prerogative al parroco.