30/09/2026
2 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI VALGONO LA DIGNITÀ DI TUO FIGLIO?
Qualche giorno fa ho pubblicato delle foto mie e di Rebecca. In una ci facevamo le linguacce, in un’altra mi metteva qualcosa in bocca, in un’altra ancora ridevamo insieme e continuerò a farlo, esattamente come pubblico Leonardo e Francesca. Sono i miei figli, fanno parte della mia vita e non credo che la disabilità debba trasformare Rebecca nell’unica bambina della famiglia da tenere nascosta.
Ma oggi voglio farvi una domanda molto più scomoda:
Se un video di vostro figlio durante una crisi aiutasse migliaia di genitori a sentirsi meno soli, ma vostro figlio da adulto potesse vergognarsi di quel video… lo pubblichereste?
Io non so rispondere così facilmente.
Perché una fotografia mentre ridiamo insieme è una cosa. Un momento di disregolazione, un meltdown, il pannolino, il vomito, una crisi o una difficoltà intima sono un’altra storia.
E quando parliamo di bambini o persone con disabilità che non possono dirci chiaramente “questo non voglio che lo vedano tutti”, siamo noi a scegliere al posto loro.
Ed è qui che secondo me nasce il vero problema.
Io racconto Rebecca. Racconto le terapie, le difficoltà, i progressi e anche le mie paure, perché credo profondamente che certe realtà vadano raccontate. Se nessuno mostrasse la vita vera delle famiglie, continueremmo a vedere soltanto la versione pulita e rassicurante della disabilità.
Però c’è una differenza enorme tra rendere visibile una realtà e rendere pubblico il momento più vulnerabile di una persona.
E sui social questa differenza diventa ancora più complicata, perché sappiamo benissimo che ciò che è estremo attira.
Una foto normale passa. Una crisi ferma lo scroll. Un racconto delicato viene letto da qualcuno; un video nel momento peggiore può arrivare ovunque.
E allora la domanda diventa ancora più cattiva:
Se quel video facesse 2 milioni di visualizzazioni, lo renderemmo “meno grave” solo perché ha sensibilizzato? Oppure proprio il fatto che milioni di sconosciuti abbiano visto nostro figlio nel suo momento più fragile dovrebbe farci fermare?
Proviamo a ribaltare la prospettiva.
Se vedessimo un adolescente senza disabilità ripreso mentre piange, perde il controllo o vive un momento intimo, diremmo subito: “Perché sua madre lo sta filmando invece di spegnere il telefono?”
Quando quella persona ha una disabilità, invece, a volte la stessa immagine viene chiamata “sensibilizzazione”.
Ma la disabilità non elimina il pudore, non elimina la dignità e non rende automaticamente pubblico ciò che è privato. Allo stesso tempo, però, senza le famiglie che raccontano anche le parti difficili, moltissime persone continuerebbero a non sapere cosa significa davvero assistere qualcuno ogni giorno.
Ed è proprio qui che io non riesco a trovare una risposta semplice.
Quanto dobbiamo mostrare perché gli altri capiscano davvero, e quanto invece dovrebbe restare fuori da uno schermo?
C’è un momento preciso in cui, secondo voi, la testimonianza smette di essere sensibilizzazione e diventa esposizione?
E soprattutto, quando una persona non può dirci chiaramente “questo di me non pubblicarlo”, chi dovrebbe stabilire quel limite?
Io il mio confine provo a costruirlo ogni volta.
Il vostro dov’è?