16/04/2023
La vicenda della sospensione del programma di Massimo Giletti Non è l’Arena è un brutto segnale, da tanti punti di vista. Innanzitutto, per le persone che ci lavorano e non solo per lo stipendio alla fine del mese, che per quanto prioritario sia, non vale più della dignità e dell’orgoglio professionale di chi ci collaborava. Ma è un pessimo segnale che riguarda anche noi che facciamo informazione, a cominciare da quella difesa della libertà di stampa per cui in tante altre occasioni (e giustamente!) ci si è stracciati le vesti. Qui, invece, la libertà di stampa finisce dove inizia quella di uno che ci sta antipatico, verrebbe da dire, parafrasando il noto detto. Già perché, la decisione improvvisa di chiudere Non è l’Arena ha scatenato immediatamente un profluvio di illazioni. Alcune delle quali palesemente false, altre fuorvianti, altre screditanti verso lo stesso Giletti.
Colpisce che non ci sia stata da parte del mondo dell’informazione, salvo poche eccezioni, quella forte e partecipata levata di scudi che abbiamo visto quando chiusero, per esempio, la trasmissione di Sabina Guzzanti Raiot, un atto di evidente censura, fu considerato da tutti. Senza dire per citare i casi più clamorosi dell’indignazione e della mobilitazione provocate vent’anni fa dall’editto bulgaro, pronunciato da Sofia dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nei confronti di Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi, estromessi dalla Rai. Cosa ha di diverso Giletti da loro? Non è di sinistra, anzi mostra confidenza con i leader della destra, ammicca da piacione alla telecamera e piace più alla pancia del suo pubblico che ai critici e ai colleghi. Ma allora come funziona la difesa dell’informazione? Vale solo per chi ci piace? Non dovremmo difenderla sempre e a prescindere dai nostri gusti personali?
Il commento di Francesca Fagnani è su La Stampa