28/03/2026
𝗗𝗼𝘃𝗲 𝗲𝗿𝗮𝘃𝗮𝗺𝗼 𝗿𝗶𝗺𝗮𝘀𝘁𝗶?
L’esito del referendum sulla riforma costituzionale è nitido: gli elettori hanno bocciato la riforma e di ciò occorre, come prima cosa, prendere atto.
Abbiamo però visto, in questi mesi, persone appassionate sacrificare il proprio tempo nel tentativo di adempiere un dovere civico e quasi morale: spiegare come stessero le cose in concreto, cosa sarebbe capitato, insomma, mandando a regime la riforma e cosa rifiutandone l’approvazione.
In mezzo al frastuono sollevato da chi, in modo sornione e comodo, sedeva sulla poltrona di cartone di protettore della Costituzione, abbiamo visto quelle persone combattere con le armi spuntate di chi invece deve raccontare cose tecniche in linguaggi comuni. Le cose che avevano da dire avrebbero avuto bisogno di tempo e pazienza, come ogni cosa complessa; ed è così che il frastuono ha prevalso.
Ma mentre guardavamo quelle persone per bene, abbiamo lentamente e ancora una volta percepito che esse agivano come un sol uomo, come un corpo unitario, come una comunità.
Era – ed è – la comunità dei penalisti delle Camere Penali, che si è riunita di nuovo attorno allo scrigno dei propri valori fondativi e che ha provato per davvero a proteggere la Costituzione, non come entità astratta da sventolare nei comizi, ma come intreccio di principi essenziali per la convivenza civile, tra i quali, con ruolo primario, il giusto processo, saggiamente scolpito nelle poche e inequivoche parole dell’art. 111.
Abbiamo camminato uniti verso una meta che ci sembrava raggiungibile mantenendo la schiena dritta durante il cammino, anche quando questo ha significato opporsi a compagni occasionali del percorso, in nome degli stessi valori di legalità e difesa dei diritti di cui il nostro impegno è sempre stato imbevuto.
Adesso la battaglia è persa, ma l’impegno è ritrovato.
Da qui occorre ripartire, per restituire al paese un’idea liberale di giustizia che salvaguardi e protegga i diritti inviolabili della persona; che ridefinisca il processo penale come cifra del rapporto tra autorità e libertà; che rimetta al centro del dibattito la questione carceraria e la tragedia quotidiana della morte per carcere; che restituisca a un paese truffato dalla falsa epopea di buoni e cattivi una parola di verità; che rimetta mano, con rinnovata determinazione, alla riforma dell’ordinamento giudiziario che quasi 13 milioni di cittadini hanno domandato.
Da qui occorre ripartire, con quella consapevolezza, che ci è stata con chiarezza restituita dalla campagna referendaria, di essere una autentica comunità.
Insomma, abbiamo perso. Ma anche no.
Il Direttivo della Camera Penale di Roma