10/01/2021
10 Gennaio 1979, la strana morte di Alberto Giaquinto.
Alberto ha lasciato la sua camera della casa all'Eur subito dopo pranzo.
La libreria ordinata, soprattutto libri di scuola, ma anche romanzi d'avventure, libri sportivi, la serie di Enzo Biagi sui paesi e popoli d'Europa. Lo scrittoio ingombro di quaderni e lavori scolastici e poi la gigantografia di un cavallo, la foto della ragazza, il cappotto vecchio del padre che è tornato di moda. Più in là, una piccola bandiera tricolore col simbolo del Movimento Sociale Italiano, testimone della sua militanza politica, fatta di volantinaggi, manifesti da attaccare, piccole problematiche di quartiere, affrontate con piglio, passione e buona volontà. Una foto coi compagni di classe della Terza F, Liceo Peano, tra i quali spicca l'amico del cuore, Mauro, il confidente di mille conversazioni al bar Tomeucci.
17 anni, due splendidi occhi verdi, un fisico da sportivo, immagini di lui raccolte in quella piccola stanza, tutta sua.
Alberto non sa che la sta lasciando per l'ultima volta e che, per volontà dei genitori, resterà immacolata per sempre.
“Sarò puntuale a cena, mamma!” scandito con la solita allegra personalità.
A Centocelle quel giorno, quartiere lontano da lui per tanti motivi, si commemorano tre ragazzi uccisi in un agguato l'anno prima, ad Acca Larentia, al Tuscolano. Quella data, il 7 gennaio 1978, è stato uno spartiacque per molti, non solo per Francesca, che si trovò a tenere la testa sanguinante di Stefano e i suoi occhi azzuro-cielo, ma anche per il gruppo di Monteverde Vecchio, che scelse di entrare pesantemente in gioco, dopo quell'attentato.
Era la follia di quel decennio che stava per concludersi ma che emetteva ancora le sue sentenze, assetato di sangue giovane, da una parte e dall'altra, come se non ci fosse più un domani.
Finita la commemorazione, in maniera ordinata e pacifica nonostante la rabbia di quei momenti, Alberto e Mauro se ne stavano tornando tranquillamente a casa.
Una 128 bianca, targata Roma S8, li segue a distanza, come fossero pericolosi criminali. A un certo punto accosta e scendono due uomini in borghese, uno dei quali, come se fosse al tiro a segno, si piega un poco sulle ginocchia, prende la mira, e, da dietro, spara un colpo dritto alla nuca di Alberto. Subito dopo, spostano la macchina e puntano i fari verso il corpo inerme del ragazzo, poiché la strada è buia e non si vede un accidente. Si avvicinano, Mauro è impietrito mentre osserva quella scena che sembra un film, altra gente si affaccia, richiamata dallo sparo. Non si capisce il perché i due tipi in borghese abbiano agito così, Alberto non era armato, come poi diranno in Questura per giustificare l'esecuzione e se ne stava tornando a casa per cena, come promesso alla sua mamma.
Arriva una telefonata ad un quotidiano, è un ragazzo di Centocelle che parla a nome di un gruppo di amici: “...quel povero ragazzo non aveva fatto niente...se ne stava andando via con un suo amico, poi lo sparo e lui che è caduto di schianto...So' corso in strada pe' aiutallo, m'hanno cacciato via e transennato la strada...Quel poretto è rimasto venti minuti sull'asfalto, coi brividi de freddo. Non era armato, nun c'aveva manco un temperino...Mica s'ammazza un ragazzo così, pe' niente...Noi siamo nemici del fascio, ma nun semo assassini”
Un giornalista dell'Ansa riporterà che il ragazzo era armato di P38, che l'agente in borghese gli ha sparato in fronte per legittima difesa. Poi, la pi***la sparirà, ...”ci siamo sbagliati, però abbiamo trovato delle pallottole in tasca al giacchetto...”
Alberto, dopo un colpevole ritardo, verrà portato all'Ospedale San Giovanni, sotto la scorta della polizia. L'amore della famiglia si riverserà su di lui, incredula e straziata: la mamma Marisa, il papà Dorino, la sorella Lucia e il fratello Ortensio. Come in un flash la mamma rivede la prima casa ad Ostia, le pagine del suo diario, la prima cotta e il suo ideale portato con orgoglio in ogni dove, in ogni discussione, anche col nonno, vecchio antifascista che però ammirava l'impeto e la passione di quel giovane missino, che passava il tempo ad aiutare i ragazzi del suo quartiere ad uscire dal tunnel della droga o che aveva organizzato una raccolta fondi per le vittime della strage di Via Fani, quando fu rapito il presidente Moro.
Come se non bastasse, quella sera stessa, la casa di Alberto Giaquinto veniva oltraggiata da una perquisizione fatta senza un ordine scritto, l'abitazione messa a soqquadro come quella dei trafficanti di droga, senza trovare nemmeno uno spillo.
Nonostante ciò, la mamma Marisa ebbe il coraggio di perdonare: “Vorrei che la morte di mio figlio fosse l'ultima e non fosse stata inutile...Vorrei che nessuna madre debba più soffrire ciò che in questo momento sto soffrendo. Ma non odio nessuno, la morte di Alberto non deve produrre spirali di vendetta ma servire affinché i giovani non si odino ma si amino, qualunque ideale vogliano conseguire...”
Il funerale di Alberto fu seguito da decine di ragazze e ragazzi, dalla famiglia, dai suoi amici e militanti. Neanche un uomo dello Stato partecipò alle esequie, erano forse troppo intenti a costruire false prove per giustificare quell'assassinio, a procedere contro “ignoti” pur conoscendo perfettamente gli esecutori, come per la povera Giorgiana Masi qualche tempo prima o per Gabriele Sandri, molti anni dopo. Solo nel 1988, dopo 4 processi, fu condannato il colpevole. Non per omicidio, ma per "eccesso colposo di legittima difesa".
Ho letto e riletto le ultime parole di papà Dorino ed ho sparso qualche lacrima.
“...amore senza fine del tuo Papà, gemma preziosa di vita, da tutti amato, oggi e sempre, non avrai più l'abbraccio forte come pretendevi tutte le sere, ma solo il mio pensiero e l'abbraccio eterno del Signore, al quale hai voluto donare anzi tempo la tua splendida giovinezza. Prega tu, ti supplico, prega tanto per il tuo Papà, oramai senza pace.”
Ciao Alberto,la mia piccola testimonianza, per non dimenticare.
Click.
SP