Partito Roma Nord

Partito Roma Nord Vogliamo una Roma dove torni la bellezza, nella quale nessun sindaco si arroghi il diritto di educare

Siamo un gruppo di cittadini che da anni si impegnano in prima persona per fermare il degrado e per far tornare a splendere Roma. Siamo nati a Roma Nord ed in pochissimo tempo siamo divenuti il partito dell'intera città, presente in tutti i municipi.

Papa Leone XIV ai sacerdoti: “A Roma cambia tutto tranne le buche nelle strade”. Dicci che ne pensi.
20/02/2026

Papa Leone XIV ai sacerdoti: “A Roma cambia tutto tranne le buche nelle strade”. Dicci che ne pensi.

1.000 euro per entrare in centro. La trappola è scattata.  L'assessore alla Mobilità di Roma, Eugenio Patanè, ha firmato...
13/02/2026

1.000 euro per entrare in centro. La trappola è scattata. L'assessore alla Mobilità di Roma, Eugenio Patanè, ha firmato la direttiva: mille euro l'anno per entrare nella ZTL con un'auto elettrica. Fino a ieri l'accesso era gratuito. Settantacinquemila autorizzazioni rilasciate a costo zero diventano altrettante gabelle. Le mild hybrid perdono la sosta gratuita sulle strisce blu: 162.000 automobilisti scoprono che la promessa valeva meno dell'inchiostro con cui era scritta.
A gennaio avevo documentato il caso Bologna: ibride dei non residenti fuori dalla ZTL, diecimila permessi cancellati. Un mese dopo, Roma alza la posta. Non ti cacciano: ti spremono.
Lo schema è quello dello spacciatore sotto scuola.
Prima dose gratis: incentivi statali, esenzione bollo, ZTL aperte, strisce blu gratuite. Il cittadino abbocca, spende 30.000 o 50.000 euro, si indebita.
Seconda fase: ora paghi. Pass a mille euro, sosta a pagamento, tasse sul chilometraggio in arrivo. Non puoi tornare indietro perché l'auto termica l'hai venduta e l'usato elettrico ha perso metà del valore. Sei in trappola.
Chi ci guadagna? L'ambiente no.
Le auto europee pesano l'1,5% delle emissioni globali. La Cina apre due centrali a carbone al mese.
Ci guadagnano i Comuni. La ZTL è diventata un bancomat. Mille euro per 75.000 permessi fanno 75 milioni potenziali. Le strisce blu che rimpiazzano gli stalli bianchi, quartiere dopo quartiere, senza delibera e senza annuncio, generano milioni di gettito nuovo.
Ogni spazio libero viene monetizzato. Ogni diritto gratuito diventa concessione a pagamento. Decrescita felice la chiamano: decrescita per te, crescita per le casse comunali.
Ma il provvedimento più radical chic deve ancora arrivare: la ZTL Fascia Verde. Duecento chilometri quadrati di divieti, oltre cinquanta varchi elettronici, la zona a traffico limitato più grande d'Europa e forse del mondo. Da novembre 2026 scatta il blocco per i diesel Euro 4.
Centinaia di migliaia di veicoli banditi. Chi possiede un'auto di dieci anni fa, perfettamente funzionante, non potrà più muoversi nella propria città. Multa da 163 a 658 euro, sospensione della patente per i recidivi. E chi non ha i soldi per cambiare auto? Resta a piedi. È segregazione per censo travestita da ambientalismo.
La mappa dei responsabili è monocromatica. Bologna: Lepore, PD. Roma: Gualtieri, PD. Milano: Sala, centrosinistra. Firenze: Funaro, PD. Napoli: Manfredi, centrosinistra. Non è coincidenza. È ideologia.
Lo stesso PD i cui sindaci fecero a gara per conferire la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, la relatrice ONU che giustificò l'assalto squadrista alla redazione della Stampa come "un monito ai giornalisti". Tutti in branco a osannarla, tutti in ritirata quando la figuraccia divenne insostenibile. Funaro che la definì "inopportuna" dopo averla proposta, Manfredi che congelò la delibera dopo averla votata, Lepore che si nascose dietro il Consiglio. Un partito che corre insieme e scappa insieme.
Sulle auto come sulla Albanese, il metodo è identico: decisioni ideologiche prese sull'onda della propaganda, poi scaricabarile quando arrivano le conseguenze.
La sinistra italiana ha un curriculum in urbanistica ideologica lungo settant'anni. Negli anni Sessanta si chiamava “brutalismo architettonico”: Corviale, le Vele di Scampia, lo Zen di Palermo. Quartieri progettati per forgiare l'uomo nuovo, diventati ghetti. L'architetto sapeva cosa era meglio per te, tu dovevi solo abitarci e tacere.
Oggi si chiama “urbanistica punitiva”: ZTL a pagamento, 30 all'ora, strisce blu ovunque, piste ciclabili deserte. L'assessore alla mobilità sa cosa è meglio per te, tu devi solo obbedire e pagare. Ieri il cemento armato, oggi la vernice blu. I risultati sono gli stessi: Corviale è ancora un ghetto, il centro storico di Roma si sta svuotando.
La versione aggiornata si chiama "città dei 15 minuti". Tutto a portata di passeggiata. Il quartiere come orizzonte. Sulla carta una cartolina, nella realtà una gabbia.
A Roma, dove il lavoro è a Tiburtina, la scuola all'Eur e la madre anziana a Centocelle, quindici minuti a piedi non ti portano da nessuna parte. È la versione green della Cina di Mao: un miliardo di cinesi in bicicletta non erano ecologisti, erano poveri a cui il regime negava l'auto perché l'auto è libertà.
Oggi ti tolgono i parcheggi, ti restringono le carreggiate, ti impongono i 30 all'ora su un centro storico grande quanto Firenze. E ti costruiscono piste ciclabili su salite, sampietrini e 40 gradi d'estate. Roma non è Amsterdam. Costringere i romani ad andare in bicicletta non è urbanistica, è sadismo.
La ciliegina sono gli autovelox. Ti impongono i 30, sanno che nessuno li rispetta, contano sulle infrazioni. Ma il nuovo Codice della Strada vieta gli autovelox dove il limite è inferiore ai 50 km/h.
Il cartello dei 30 è un manifesto ideologico, non una norma applicabile. Intanto il traffico rallenta, le code si moltiplicano e quando qualcuno supera i 51 per disperazione la telecamera incassa. L'esattore automatico che chiude il cerchio del sistema predatorio.
Decine di attività commerciali chiuse. Saracinesche abbassate. Residenti in fuga. Il centro storico più grande d'Europa si trasforma in un museo a pagamento per turisti. Gualtieri ha messo il biglietto persino alla Fontana di Trevi.
Dopo la ZTL a mille euro, la Fascia Verde da 200 chilometri quadrati, le strisce blu universali, i 30 all'ora e gli autovelox, manca solo il ticket per camminare sui sampietrini.
La sinistra non governa: educa. Non amministra: corregge. Non serve il cittadino: lo raddrizza. Dalle macerie del brutalismo non ha imparato nulla. Ha solo cambiato materiale.
Autore: Roberto Riccardi

30 KM/H KO: TAR ANNULLA L'ABUSO. Imporre i 30 chilometri all'ora a un'intera città è illegale. Parola del TAR. Il Tribun...
22/01/2026

30 KM/H KO: TAR ANNULLA L'ABUSO. Imporre i 30 chilometri all'ora a un'intera città è illegale. Parola del TAR. Il Tribunale Amministrativo dell'Emilia Romagna ha annullato il provvedimento Città 30 di Bologna perché il Comune ha violato l'articolo 142 del Codice della Strada. Il limite generalizzato è stato esteso al 64% delle strade urbane quando la legge consente deroghe solo strada per strada, con motivazioni tecniche specifiche. Non un cavillo burocratico: un abuso di potere certificato dalla magistratura.
A Roma, in questo stesso momento, il sindaco Gualtieri sta commettendo esattamente lo stesso abuso. Dal primo gennaio il limite dei 30 all'ora vige in tutto il centro storico. Chi non conosce Roma pensi che il suo centro storico è grande quanto l'intera Firenze dentro le mura. Il sindaco ha annunciato autovelox mobili e fissi per far rispettare il limite. Ma il nuovo Codice della Strada vieta l'uso di autovelox dove il limite è inferiore ai 50 chilometri orari.
Tradotto: puoi imporre i 30, ma non puoi multare chi va a 40. Puoi sanzionare solo dai 51 in su. E allora a che serve il limite? A nulla, sul piano della sicurezza. A tutto, sul piano della propaganda. Il cartello dei 30 è un manifesto ideologico, non una norma applicabile.
La giustificazione è sempre la stessa: a 30 km/h si dimezzano gli incidenti e si salvano vite. Dati spacciati come verità scientifica, in realtà propaganda di parte. Secondo il rapporto ACI-ISTAT, la velocità è causa solo dell'8,4% degli incidenti stradali. La distrazione pesa il doppio, il mancato rispetto di precedenze e semafori ancora di più. E l'indice di mortalità sulle strade urbane è già il più basso in assoluto: 1,1 morti ogni 100 incidenti, contro 4,1 delle extraurbane e 3,2 delle autostrade.
Imporre i 30 all'ora per aggredire un 8,4% delle cause è come radere al suolo un palazzo per ammazzare uno scarafaggio. Ma poco importa: l'obiettivo non è la sicurezza, è la rieducazione.
Bologna e Roma sono i laboratori più avanzati di una filosofia che governa ovunque amministri la sinistra. Una filosofia che non osa più pronunciare il proprio nome perché puzza di impopolare: la decrescita felice.
L'idea che si stava meglio quando si stava peggio, che il progresso è una malattia, che bisogna muoversi meno, consumare meno, possedere meno. La sua traduzione urbanistica ha un nome seducente: la città dei 15 minuti. Tutto a portata di passeggiata, il quartiere come orizzonte.
Sulla carta una promessa, nella realtà una gabbia. Non è la città che si organizza per servirti, sei tu che devi rinunciare a muoverti.
Il catalogo delle vessazioni è sistematico. Piste ciclabili deserte dieci mesi all'anno, costruite restringendo carreggiate e cancellando parcheggi. Traffico impazzito in strade strozzate. Residenti che girano mezz'ora per trovare dove lasciare l'auto. E quando la trovano, strisce blu a pagamento ovunque.
Poi c'è la beffa delle auto ibride ed elettriche.
Per anni la propaganda ha martellato: comprate green, avrete vantaggi, sarete cittadini virtuosi. Migliaia di famiglie hanno investito soldi, spesso indebitandosi, per comprare vetture ecologiche.
Qual è il premio? A Bologna diecimila permessi ZTL tagliati dal primo gennaio: le ibride dei non residenti sono fuori dal centro. A Ravenna escluse perfino le elettriche. A Napoli tagliando annuale obbligatorio per entrare in ZTL con l'auto a batteria. A Firenze le ibride pagano la sosta come le diesel. Il cittadino che ha obbedito viene punito per aver obbedito.
Nel frattempo a Roma incombe la mannaia della ZTL Fascia Verde sulle diesel Euro 4 ed Euro 5. Chi non cambia auto, nonostante anni di martellamento mediatico e incentivi, non è un inquinatore per vocazione: è una famiglia che non può permetterselo. Appiedarla in nome dell'ambiente è classismo travestito da ecologia.
Peraltro un'ecologia fasulla: durante il lockdown, con il traffico azzerato completamente, l'ISPRA certificò un'impennata dell'inquinamento. La causa non è misteriosa: il riscaldamento degli edifici pesa enormemente più delle automobili. Ma riqualificare il patrimonio edilizio costa e richiede anni. Tartassare chi non può cambiare macchina costa nulla e rende subito.
Non esiste una regia nazionale, un sito che raccolga le regole, una logica comune. Ogni Comune decide in autonomia come vessare gli automobilisti, con quale pretesto, con quali eccezioni.
L'unica costante è il prelievo: ticket, permessi, abbonamenti, sanzioni. L'auto non è più un mezzo di trasporto, è un bancomat. E se sbagli varco perché non hai avuto il tempo di decifrare la selva di cartelli, 95 euro a botta. Che arrivano anche tre mesi dopo, quando magari l'errore è stato ripetuto venti volte.
La verità è semplice e la sentenza del TAR la certifica: questi provvedimenti non c'entrano con la sicurezza. C'entrano con un progetto ideologico di rieducazione forzata.
La sinistra ha smesso di lottare per far vivere meglio i cittadini. Ora lotta per farli vivere meno e pretende che ringrazino. Meno auto, meno movimento, meno libertà. Le tasse invece sempre di più.
Chi predica questa dottrina non la pratica mai. I sindaci girano con l'auto blu. Gli assessori alla mobilità sostenibile si spostano con la scorta. I teorici della città a 15 minuti volano in business ai convegni sul clima.
La decrescita è per te che vai a lavorare la mattina, non per loro.
Il TAR ha stabilito che a Bologna il re è n**o. Stessa sentenza, domani, potrebbe riguardare Roma. Gualtieri è avvisato. Ma non cambierà nulla, perché l'arroganza pedagogica della sinistra non conosce retromarcia. Nemmeno a 30 all'ora.
Autore: Roberto Riccardi

Capolavori in corso. Dicci che ne pensi.
18/01/2026

Capolavori in corso. Dicci che ne pensi.

Gualtieri impone i 30kmh: "I romani devono imparare ad andare più piano". La sua scusa è la sicurezza, ma la sicurezza è...
15/01/2026

Gualtieri impone i 30kmh: "I romani devono imparare ad andare più piano". La sua scusa è la sicurezza, ma la sicurezza è non essere accoltellati alla Stazione Termini, rapinati in periferia o borseggiati ormai un po' ovunque. Dicci che ne pensi.

STAZIONE TERMINI, ARRIVANO I CORPI SPECIALI. LE MANETTE NO.di Roberto RiccardiParacadutisti del Tuscania, Baschi Verdi, ...
13/01/2026

STAZIONE TERMINI, ARRIVANO I CORPI SPECIALI. LE MANETTE NO.
di Roberto Riccardi
Paracadutisti del Tuscania, Baschi Verdi, Reparto Mobile. Roma risponde ai pestaggi di Termini schierando l'artiglieria pesante. Mimetiche in piazza dei Cinquecento, blindati davanti allo scalo ferroviario più grande d'Italia. L'immagine è muscolare, la reazione sembra proporzionata alla gravità dei fatti: un funzionario del Ministero delle Imprese massacrato di botte senza motivo, un rider pakistano assalito da venti persone per una bicicletta da quattrocento euro, una ragazza molestata e derubata in zona Ostiense dagli stessi individui che poche ore prima avevano ridotto in fin di vita il cinquantasettenne.
Il prefetto Giannini annuncia servizi mirati. Il ministro Piantedosi promette 470 agenti in più. Il questore Massucci convoca il Comitato per l'ordine pubblico. La macchina dello Stato si mette in moto con grande fragore.
Peccato che sia una macchina senza ruote.
Perché il questore Massucci, nell'intervista al Corriere della Sera, lascia cadere una frase che vale più di cento comunicati stampa: alcuni dei picchiatori erano già stati espulsi. Eppure stavano ancora lì. A Roma. A Termini. Liberi di pestare, molestare, rapinare.
Mohamed Mansy Mahmoud Mohamed Elramady, egiziano, diciotto anni. Moslem Othmen, tunisino, venti anni. Oussama Mahmoudi, tunisino, venti anni, precedenti per furto, rapina, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Bezzana Basemun, tunisino, ventuno anni, irregolare, già noto alle forze dell'ordine per rapina. Fermati con le scarpe ancora sporche del sangue della vittima.
Quattordici ore di violenza tra Termini e Ostiense, un copione da Arancia Meccanica nel cuore della Capitale.
La domanda sorge spontanea: a cosa servono i paracadutisti se chi viene fermato torna in strada prima che i militari smontino dal turno?
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio in Italia sono undici. Capienza ufficiale: 1.522 posti. Capienza reale, a fine 2024: il 46 per cento. Meno della metà. Tra ritardi, rivolte, danneggiamenti e strutture inagibili, il sistema funziona a singhiozzo.
Nel 2024 il sistema detentivo per stranieri è costato 96 milioni di euro. Più di quanto speso nei sei anni precedenti messi insieme. Risultato: il tasso di rimpatrio più basso dal 2014. Su 6.164 persone entrate nei centri di detenzione, ne sono state rimpatriate 2.576. Il 41,8 per cento. E dai CPR italiani è stato effettivamente espulso solo il 10,4 per cento di chi aveva ricevuto un ordine di allontanamento.
DIECI VIRGOLA QUATTRO PER CENTO.
Su cento persone che un giudice o un prefetto ha stabilito debbano lasciare il territorio nazionale, novanta restano. Dove? In strada. A Termini. Al Quarticciolo. A Trastevere. Nelle stesse piazze dove il giorno dopo si schiereranno i parà del Tuscania a fare la guardia.
Il questore Massucci lo spiega con brutale chiarezza: "Ai provvedimenti delle forze dell'ordine non sempre seguono conseguenze concrete per chi commette i reati. Allora c'è qualcosa che non funziona." Non sempre seguono conseguenze. Un eufemismo da manuale per descrivere un sistema che gira a vuoto.
Il prefetto Giannini parla di "sensibile calo dei reati" nella zona. Sensibile rispetto a cosa? Rispetto a quando? Intanto un uomo è in terapia intensiva al Policlinico Umberto I, intubato, e la sorella prega sulla tomba di papa Francesco perché stava solo andando in farmacia a comprare uno spray nasale.
Ora veniamo al punto che nessuno vuole affrontare. I militari schierati a Termini cosa possono fare, esattamente?
La legge parla chiaro. I Carabinieri del Tuscania hanno pieni poteri di polizia giudiziaria: possono arrestare, ammanettare, tradurre in Questura. Ma gli altri militari dell'operazione Strade Sicure - Esercito, Marina, Aeronautica - hanno solo la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Possono identificare, perquisire, e sì, anche arrestare in flagranza di reato. Come può farlo qualunque cittadino, del resto.
Il problema è il "dopo".
L'arresto in flagranza non è il prosieguo. Il militare ferma, blocca, consegna alla polizia giudiziaria. E poi? La PG porta davanti al giudice. Il giudice valuta. Il CPR non ha posti. Il paese d'origine non è nella lista dei "sicuri". L'accordo di riammissione non esiste. E il fermato torna in strada.
Possono arrestare. Ma a cosa serve arrestare se il sistema a valle è un colabrodo?
Deterrenza? Forse. Per qualche giorno le gang si sposteranno di qualche isolato, aspetteranno che le telecamere si spostino su un'altra emergenza, e torneranno. Lo sanno i commercianti di piazza dei Cinquecento, che alle telecamere dicono: "Si sono solo spostati di qualche metro. Appena la polizia andrà via, torneranno tutti."
È il problema idraulico della sicurezza. Premi da una parte, esce dall'altra. Lo stesso branco che ha massacrato il funzionario del Ministero si muoveva già tra Termini, Trastevere e San Paolo. Quattordici ore di violenza attraverso mezza città. Fermati solo perché abbastanza stupidi da farsi riprendere dalle telecamere con le scarpe sporche di sangue.
C'È UN ELEFANTE NELLA STANZA. E HA LA TOGA.
Per capire perché il sistema non funziona, bisogna guardare a quello che è successo con i centri in Albania. Il governo Meloni firma un protocollo con Tirana. Costruisce due strutture a Shengjin e Gjader. Obiettivo: trasferire i migranti intercettati in mare, processare le richieste d'asilo con procedure accelerate, rimpatriare chi non ha diritto di restare.
Costo dell'operazione: 74,2 milioni di euro per la sola costruzione. Ogni posto letto allestito: oltre 153mila euro. Un investimento colossale, criticabile quanto si vuole, ma con una logica chiara: esternalizzare per velocizzare.
Poi arrivano i giudici.
La sezione immigrazione del Tribunale di Roma non convalida i trattenimenti. Motivo: Egitto e Bangladesh non sarebbero paesi sicuri. I migranti trasferiti vengono liberati. Tutti. In poche ore.
Risultato: cinque giorni di operatività effettiva nel 2024. Costo per quei cinque giorni: 570mila euro pagati alla cooperativa Medihospes. Centoquattordicimila euro al giorno per detenere venti persone, poi rimesse in libertà.
La sinistra esulta. Le toghe democratiche hanno fermato l'obbrobrio. I giornali progressisti titolano sul fallimento del modello Meloni, sullo spreco di denaro pubblico, sull'umiliazione del governo.
Un mese dopo, l'8 dicembre 2025, il Consiglio europeo approva la riforma sui rimpatri. Cosa prevede? Esattamente quello che i giudici romani avevano bocciato. Lista comune di paesi sicuri che include Egitto, Bangladesh, Tunisia, Marocco, India. Possibilità per ogni singolo governo di aggiungere paesi alla propria lista nazionale. Legalizzazione dei return hub fuori dal territorio dell'Unione, sul modello Italia-Albania.
L'Europa non solo dà ragione all'Italia. Copia il modello e lo codifica in regolamento.
Chi aveva torto? Il governo che proponeva, o i giudici che bloccavano?
Per mesi una specifica giurisprudenza militante su immigrazione e trattenimento ha sabotato una politica che l'Unione Europea considerava non solo legittima, ma meritevole di essere esportata.
E i media? Silenzio. La svolta dell'8 dicembre è passata in sordina. Più spazio alle critiche delle ONG che al fatto politico centrale: l'Italia aveva ragione, l'Europa ha adottato il sistema.
Salvatore Buzzi, dalle intercettazioni di Mafia Capitale, spiegava che l'immigrazione rende più del traffico di droga. Aveva ragione. Il sistema dell'accoglienza infinita conviene a troppi. Cooperative che fatturano sulla permanenza, non sull'integrazione. Associazioni che moltiplicano i bilanci quando i flussi aumentano. Un'economia circolare che si autoalimenta e che ha interesse a non risolvere il problema.
Nel frattempo, a piazza dei Cinquecento, i paracadutisti fanno la guardia senza manette. E qualcuno, da qualche parte, sta già calcolando quanto renderà la prossima emergenza.
BASTA CON IL TEATRO. SERVONO TRE COSE.
Primo: regole d'ingaggio reali per i militari. Se schieriamo i parà del Tuscania a Termini, devono poter fare qualcosa di più che chiedere i documenti. La proposta di legge di Fratelli d'Italia va approvata. Poteri pieni di pubblico ufficiale, facoltà di perquisizione immediata, possibilità di trattenimento. Altrimenti stiamo pagando soldati addestrati per la guerra per fare i figuranti in divisa.
Secondo: conseguenze immediate per chi viene identificato. Chiunque stazioni nell'area e risulti irregolare, con precedenti per reati contro la persona o il patrimonio, con un decreto di espulsione pendente, non viene rilasciato con un verbale. Viene trattenuto e trasferito. Non il giorno dopo. Non quando c'è posto. Subito.
Questo significa una cosa sola: capienza dei CPR adeguata ai numeri reali. Oggi abbiamo 1.522 posti ufficiali per un paese con centinaia di migliaia di irregolari. E quei posti funzionano a metà regime. È come pretendere di svuotare il mare con un secchiello bucato. Il governo ha annunciato un CPR per regione. Bene. Ma i CPR devono esistere davvero, non sulla carta. E devono funzionare, non bruciare ogni sei mesi.
Terzo: Termini come progetto pilota. Zona a identificazione sistematica. Chi non è in regola, fuori. Chi ha precedenti specifici, trattenuto. Chi ha un'espulsione pendente, trasferito direttamente al CPR. Se il modello funziona, si estende. Esquilino, San Lorenzo, Trastevere. Non un'isola fortificata in un mare di degrado, ma un protocollo replicabile.
L'obiezione è già pronta: e lo spostamento? Le gang si muoveranno altrove. Certo. Per questo il modello deve essere esportabile. Non si bonifica una stanza lasciando le altre al buio. Ma si comincia da qualche parte, si dimostra che funziona, si allarga il perimetro.
L'alternativa è quella che abbiamo oggi. Comunicati stampa roboanti, mimetiche in televisione, interviste ai prefetti. E intanto un uomo in terapia intensiva perché stava andando in farmacia.
C'è una frase che circola da anni nelle procure e nelle prefetture, sussurrata nei corridoi ma mai pronunciata davanti ai microfoni: il sistema funziona esattamente come deve funzionare. Non è rotto. È progettato così.
Progettato per accogliere e non integrare. Per trattenere e non espellere. Per spendere e non risolvere. Un meccanismo perfetto nella sua disfunzionalità, che garantisce posti di lavoro, appalti, convenzioni, fatturati. Cooperative che crescono del seicento per cento in tre anni. Strutture che incassano trentacinque euro al giorno a ospite, ne spendono venti, e mettono il resto in cassa. Emergenze che si trasformano in rendite di posizione.
Salvatore Buzzi non era un teorico. Era un operatore del settore. E quando diceva che l'immigrazione rende più della droga, parlava con cognizione di causa. Con i margini della droga rischi l'ergastolo. Con i margini dell'accoglienza rischi al massimo un'ispezione.
Oggi a Termini ci sono i paracadutisti. Domani ci sarà un'altra emergenza, un altro titolo, un'altra conferenza stampa. I militari torneranno nelle caserme, le gang torneranno nelle piazze, e il sistema continuerà a macinare soldi pubblici producendo insicurezza.
A meno che qualcuno non decida di spezzare il circolo. Di trasformare la reazione emotiva in riforma strutturale. Di passare dalle mimetiche in televisione alle manette ai polsi. Dai comunicati ai CPR funzionanti. Dai tavoli in prefettura ai rimpatri effettivi.
L'Europa ha indicato la strada. Ha dato ragione a chi voleva agire e torto a chi voleva bloccare. Ora tocca alla politica italiana decidere se vuole governare il fenomeno o continuare a gestirne l'eterna emergenza.
I romani di Termini, quelli che ogni sera attraversano via Giolitti con il passo svelto e lo sguardo basso, hanno già deciso da che parte stare. Aspettano solo che qualcuno li ascolti.

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07/01/2026

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05/01/2026

Quarticciolo 300 arresti in un anno, la maggioranza pusher nordafricani. Eccellente lavoro dei Carabinieri, che stanno lasciando senza manovalanza i trafficanti. Rimane il dubbio di quanti siano gli arrestati più volte, perché rilasciati dopo il processo e tornati "al lavoro". Dicci che ne pensi.

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03/01/2026

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10/12/2025

Borseggiatrici, a Londra hanno trovato una soluzione fai da te (non proprio legale). Sporcare i loro vestiti con gel rosso indelebile, venduto liberamente su Amazon anche in Italia. Questo, rendendole subito riconoscibili, allerta i cittadini e impedisce i furti. Dicci che ne pensi.

LA TORCIA E LA RESA.Per far transitare la Fiamma Olimpica a Roma è stata prevista una scorta da convoglio presidenziale:...
05/12/2025

LA TORCIA E LA RESA.Per far transitare la Fiamma Olimpica a Roma è stata prevista una scorta da convoglio presidenziale: cellule ravvicinate, perimetri blindati, equipaggi moto, polizia, carabinieri e aree riservate al solo pubblico accreditato. Un simbolo di pace trattato come un obiettivo sensibile in zona di guerra.
Nessuno si scandalizzi: è la logica conseguenza di vent'anni di resa. Resa nelle periferie abbandonate al degrado. Resa nelle stazioni diventate zone franche.
Resa davanti a chi blocca autostrade per il clima e devasta le città al grido di "Palestina libera", sempre giustificato da una cultura che è il distillato dell'autocertificata superiorità morale della sinistra. Quella che ai tempi di Berlinguer predicava onestà e rigore, e che oggi è diventata un coacervo di giustificazionismo, relativismo etico e indulgenza plenaria per chiunque delinqua sotto la bandiera giusta, senza la minima vergogna.
Il meccanismo è noto: se la causa è "progressista", il mezzo è sempre legittimo. E così lo Stato arretra, i magistrati archiviano, i politici tentennano, le forze dell'ordine operano con le mani legate. Nel frattempo, chi vuole semplicemente vivere la propria città subisce e tace.
Il paradosso è servito: gli stessi che teorizzano la disobbedienza civile pretendono poi sicurezza, servizi, protezione. Le regole per gli altri, l'eccezione per sé.
Quella torcia blindata non è un eccesso di zelo. È la certificazione di un fallimento collettivo. È ora di smettere di chiamarla sicurezza: questa è gestione dell'emergenza permanente. E chi l'ha provocata ha un nome, un cognome e un indirizzo politico.

I Pro-Pal a Torino assaltano la sede di un quotidiano di sinistra che li ha sempre coccolati (perché sono analfabeti fun...
30/11/2025

I Pro-Pal a Torino assaltano la sede di un quotidiano di sinistra che li ha sempre coccolati (perché sono analfabeti funzionali e anche se leggono un articolo di giornale non lo capiscono) e sfilano a Roma per difendere il regime narcotrafficante di Maduro. Hanno veramente rotto le scatole. Dicci che ne pensi.

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