13/01/2026
STAZIONE TERMINI, ARRIVANO I CORPI SPECIALI. LE MANETTE NO.
di Roberto Riccardi
Paracadutisti del Tuscania, Baschi Verdi, Reparto Mobile. Roma risponde ai pestaggi di Termini schierando l'artiglieria pesante. Mimetiche in piazza dei Cinquecento, blindati davanti allo scalo ferroviario più grande d'Italia. L'immagine è muscolare, la reazione sembra proporzionata alla gravità dei fatti: un funzionario del Ministero delle Imprese massacrato di botte senza motivo, un rider pakistano assalito da venti persone per una bicicletta da quattrocento euro, una ragazza molestata e derubata in zona Ostiense dagli stessi individui che poche ore prima avevano ridotto in fin di vita il cinquantasettenne.
Il prefetto Giannini annuncia servizi mirati. Il ministro Piantedosi promette 470 agenti in più. Il questore Massucci convoca il Comitato per l'ordine pubblico. La macchina dello Stato si mette in moto con grande fragore.
Peccato che sia una macchina senza ruote.
Perché il questore Massucci, nell'intervista al Corriere della Sera, lascia cadere una frase che vale più di cento comunicati stampa: alcuni dei picchiatori erano già stati espulsi. Eppure stavano ancora lì. A Roma. A Termini. Liberi di pestare, molestare, rapinare.
Mohamed Mansy Mahmoud Mohamed Elramady, egiziano, diciotto anni. Moslem Othmen, tunisino, venti anni. Oussama Mahmoudi, tunisino, venti anni, precedenti per furto, rapina, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Bezzana Basemun, tunisino, ventuno anni, irregolare, già noto alle forze dell'ordine per rapina. Fermati con le scarpe ancora sporche del sangue della vittima.
Quattordici ore di violenza tra Termini e Ostiense, un copione da Arancia Meccanica nel cuore della Capitale.
La domanda sorge spontanea: a cosa servono i paracadutisti se chi viene fermato torna in strada prima che i militari smontino dal turno?
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio in Italia sono undici. Capienza ufficiale: 1.522 posti. Capienza reale, a fine 2024: il 46 per cento. Meno della metà. Tra ritardi, rivolte, danneggiamenti e strutture inagibili, il sistema funziona a singhiozzo.
Nel 2024 il sistema detentivo per stranieri è costato 96 milioni di euro. Più di quanto speso nei sei anni precedenti messi insieme. Risultato: il tasso di rimpatrio più basso dal 2014. Su 6.164 persone entrate nei centri di detenzione, ne sono state rimpatriate 2.576. Il 41,8 per cento. E dai CPR italiani è stato effettivamente espulso solo il 10,4 per cento di chi aveva ricevuto un ordine di allontanamento.
DIECI VIRGOLA QUATTRO PER CENTO.
Su cento persone che un giudice o un prefetto ha stabilito debbano lasciare il territorio nazionale, novanta restano. Dove? In strada. A Termini. Al Quarticciolo. A Trastevere. Nelle stesse piazze dove il giorno dopo si schiereranno i parà del Tuscania a fare la guardia.
Il questore Massucci lo spiega con brutale chiarezza: "Ai provvedimenti delle forze dell'ordine non sempre seguono conseguenze concrete per chi commette i reati. Allora c'è qualcosa che non funziona." Non sempre seguono conseguenze. Un eufemismo da manuale per descrivere un sistema che gira a vuoto.
Il prefetto Giannini parla di "sensibile calo dei reati" nella zona. Sensibile rispetto a cosa? Rispetto a quando? Intanto un uomo è in terapia intensiva al Policlinico Umberto I, intubato, e la sorella prega sulla tomba di papa Francesco perché stava solo andando in farmacia a comprare uno spray nasale.
Ora veniamo al punto che nessuno vuole affrontare. I militari schierati a Termini cosa possono fare, esattamente?
La legge parla chiaro. I Carabinieri del Tuscania hanno pieni poteri di polizia giudiziaria: possono arrestare, ammanettare, tradurre in Questura. Ma gli altri militari dell'operazione Strade Sicure - Esercito, Marina, Aeronautica - hanno solo la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Possono identificare, perquisire, e sì, anche arrestare in flagranza di reato. Come può farlo qualunque cittadino, del resto.
Il problema è il "dopo".
L'arresto in flagranza non è il prosieguo. Il militare ferma, blocca, consegna alla polizia giudiziaria. E poi? La PG porta davanti al giudice. Il giudice valuta. Il CPR non ha posti. Il paese d'origine non è nella lista dei "sicuri". L'accordo di riammissione non esiste. E il fermato torna in strada.
Possono arrestare. Ma a cosa serve arrestare se il sistema a valle è un colabrodo?
Deterrenza? Forse. Per qualche giorno le gang si sposteranno di qualche isolato, aspetteranno che le telecamere si spostino su un'altra emergenza, e torneranno. Lo sanno i commercianti di piazza dei Cinquecento, che alle telecamere dicono: "Si sono solo spostati di qualche metro. Appena la polizia andrà via, torneranno tutti."
È il problema idraulico della sicurezza. Premi da una parte, esce dall'altra. Lo stesso branco che ha massacrato il funzionario del Ministero si muoveva già tra Termini, Trastevere e San Paolo. Quattordici ore di violenza attraverso mezza città. Fermati solo perché abbastanza stupidi da farsi riprendere dalle telecamere con le scarpe sporche di sangue.
C'È UN ELEFANTE NELLA STANZA. E HA LA TOGA.
Per capire perché il sistema non funziona, bisogna guardare a quello che è successo con i centri in Albania. Il governo Meloni firma un protocollo con Tirana. Costruisce due strutture a Shengjin e Gjader. Obiettivo: trasferire i migranti intercettati in mare, processare le richieste d'asilo con procedure accelerate, rimpatriare chi non ha diritto di restare.
Costo dell'operazione: 74,2 milioni di euro per la sola costruzione. Ogni posto letto allestito: oltre 153mila euro. Un investimento colossale, criticabile quanto si vuole, ma con una logica chiara: esternalizzare per velocizzare.
Poi arrivano i giudici.
La sezione immigrazione del Tribunale di Roma non convalida i trattenimenti. Motivo: Egitto e Bangladesh non sarebbero paesi sicuri. I migranti trasferiti vengono liberati. Tutti. In poche ore.
Risultato: cinque giorni di operatività effettiva nel 2024. Costo per quei cinque giorni: 570mila euro pagati alla cooperativa Medihospes. Centoquattordicimila euro al giorno per detenere venti persone, poi rimesse in libertà.
La sinistra esulta. Le toghe democratiche hanno fermato l'obbrobrio. I giornali progressisti titolano sul fallimento del modello Meloni, sullo spreco di denaro pubblico, sull'umiliazione del governo.
Un mese dopo, l'8 dicembre 2025, il Consiglio europeo approva la riforma sui rimpatri. Cosa prevede? Esattamente quello che i giudici romani avevano bocciato. Lista comune di paesi sicuri che include Egitto, Bangladesh, Tunisia, Marocco, India. Possibilità per ogni singolo governo di aggiungere paesi alla propria lista nazionale. Legalizzazione dei return hub fuori dal territorio dell'Unione, sul modello Italia-Albania.
L'Europa non solo dà ragione all'Italia. Copia il modello e lo codifica in regolamento.
Chi aveva torto? Il governo che proponeva, o i giudici che bloccavano?
Per mesi una specifica giurisprudenza militante su immigrazione e trattenimento ha sabotato una politica che l'Unione Europea considerava non solo legittima, ma meritevole di essere esportata.
E i media? Silenzio. La svolta dell'8 dicembre è passata in sordina. Più spazio alle critiche delle ONG che al fatto politico centrale: l'Italia aveva ragione, l'Europa ha adottato il sistema.
Salvatore Buzzi, dalle intercettazioni di Mafia Capitale, spiegava che l'immigrazione rende più del traffico di droga. Aveva ragione. Il sistema dell'accoglienza infinita conviene a troppi. Cooperative che fatturano sulla permanenza, non sull'integrazione. Associazioni che moltiplicano i bilanci quando i flussi aumentano. Un'economia circolare che si autoalimenta e che ha interesse a non risolvere il problema.
Nel frattempo, a piazza dei Cinquecento, i paracadutisti fanno la guardia senza manette. E qualcuno, da qualche parte, sta già calcolando quanto renderà la prossima emergenza.
BASTA CON IL TEATRO. SERVONO TRE COSE.
Primo: regole d'ingaggio reali per i militari. Se schieriamo i parà del Tuscania a Termini, devono poter fare qualcosa di più che chiedere i documenti. La proposta di legge di Fratelli d'Italia va approvata. Poteri pieni di pubblico ufficiale, facoltà di perquisizione immediata, possibilità di trattenimento. Altrimenti stiamo pagando soldati addestrati per la guerra per fare i figuranti in divisa.
Secondo: conseguenze immediate per chi viene identificato. Chiunque stazioni nell'area e risulti irregolare, con precedenti per reati contro la persona o il patrimonio, con un decreto di espulsione pendente, non viene rilasciato con un verbale. Viene trattenuto e trasferito. Non il giorno dopo. Non quando c'è posto. Subito.
Questo significa una cosa sola: capienza dei CPR adeguata ai numeri reali. Oggi abbiamo 1.522 posti ufficiali per un paese con centinaia di migliaia di irregolari. E quei posti funzionano a metà regime. È come pretendere di svuotare il mare con un secchiello bucato. Il governo ha annunciato un CPR per regione. Bene. Ma i CPR devono esistere davvero, non sulla carta. E devono funzionare, non bruciare ogni sei mesi.
Terzo: Termini come progetto pilota. Zona a identificazione sistematica. Chi non è in regola, fuori. Chi ha precedenti specifici, trattenuto. Chi ha un'espulsione pendente, trasferito direttamente al CPR. Se il modello funziona, si estende. Esquilino, San Lorenzo, Trastevere. Non un'isola fortificata in un mare di degrado, ma un protocollo replicabile.
L'obiezione è già pronta: e lo spostamento? Le gang si muoveranno altrove. Certo. Per questo il modello deve essere esportabile. Non si bonifica una stanza lasciando le altre al buio. Ma si comincia da qualche parte, si dimostra che funziona, si allarga il perimetro.
L'alternativa è quella che abbiamo oggi. Comunicati stampa roboanti, mimetiche in televisione, interviste ai prefetti. E intanto un uomo in terapia intensiva perché stava andando in farmacia.
C'è una frase che circola da anni nelle procure e nelle prefetture, sussurrata nei corridoi ma mai pronunciata davanti ai microfoni: il sistema funziona esattamente come deve funzionare. Non è rotto. È progettato così.
Progettato per accogliere e non integrare. Per trattenere e non espellere. Per spendere e non risolvere. Un meccanismo perfetto nella sua disfunzionalità, che garantisce posti di lavoro, appalti, convenzioni, fatturati. Cooperative che crescono del seicento per cento in tre anni. Strutture che incassano trentacinque euro al giorno a ospite, ne spendono venti, e mettono il resto in cassa. Emergenze che si trasformano in rendite di posizione.
Salvatore Buzzi non era un teorico. Era un operatore del settore. E quando diceva che l'immigrazione rende più della droga, parlava con cognizione di causa. Con i margini della droga rischi l'ergastolo. Con i margini dell'accoglienza rischi al massimo un'ispezione.
Oggi a Termini ci sono i paracadutisti. Domani ci sarà un'altra emergenza, un altro titolo, un'altra conferenza stampa. I militari torneranno nelle caserme, le gang torneranno nelle piazze, e il sistema continuerà a macinare soldi pubblici producendo insicurezza.
A meno che qualcuno non decida di spezzare il circolo. Di trasformare la reazione emotiva in riforma strutturale. Di passare dalle mimetiche in televisione alle manette ai polsi. Dai comunicati ai CPR funzionanti. Dai tavoli in prefettura ai rimpatri effettivi.
L'Europa ha indicato la strada. Ha dato ragione a chi voleva agire e torto a chi voleva bloccare. Ora tocca alla politica italiana decidere se vuole governare il fenomeno o continuare a gestirne l'eterna emergenza.
I romani di Termini, quelli che ogni sera attraversano via Giolitti con il passo svelto e lo sguardo basso, hanno già deciso da che parte stare. Aspettano solo che qualcuno li ascolti.