06/10/2025
Alla fine di questo periodo di preparazione, e dopo due giornate intense di mostra, è finalmente tempo di bilanci.
Siamo partiti con l’idea di restituire un’immagine dei ragazzi che fosse multidimensionale, perché è facile vederli ogni giorno — a scuola, nei corridoi, nei nostri spazi — e dimenticarsi di cosa portano dentro. Dimenticarsi che ogni volto ha una storia, ogni sguardo un passato, ogni sorriso una resistenza.
Ci siamo riusciti?
Credo, e spero, di sì.
I miei ragazzi sono mosaici colorati.
Hanno dentro l’ocra del deserto polveroso, l’azzurro del cielo e del mare, il giallo caldo dello zafferano, il profumo intenso del tè alla menta. Sono voci di bambini che giocano in cortili assolati, ma anche urla disperate nel buio del deserto, pianti che si alzano nella notte, sopra il rumore delle onde.
Ma sono anche risate fragorose, canzoni cantate a squarciagola, parole che cercano uno spazio, un suono, un significato. Sono tutto questo.
E molto, molto di più.
Tra le installazioni create con InChiostro, quella che più mi ha colpito è la barca — una “carretta del mare” che affonda, ma che loro hanno voluto chiamare SPERANZA.
Perché quelle povere assi di legno, logore e fragili, stavano comunque portandoli verso un nuovo mondo, verso un futuro migliore per loro stessi e per le loro famiglie.
In quella scelta c’è tutto: la paura e il coraggio, il dolore e il sogno.
EMBODYING MIGRATION ci costringe a guardare negli occhi questi ragazzi, ad ascoltarli davvero. A vedere le case che vogliono costruire, a percepire il battito dei loro cuori.
Quante volte ho letto, ascoltato, sentito la parola MAMMA durante questo tratto di strada percorso insieme.
Quante volte, immagino, l’hanno sussurrata tra sé, invocata nella notte, cercata nel ricordo di una carezza, di un dolce, di un profumo familiare che, per un attimo, ti riporta a casa.
Il confronto con i ragazzi delle scuole medie ci ha dato qualcosa di prezioso: la consapevolezza che, se lasciamo che le persone si incontrino da pari a pari, senza pregiudizi, senza ruoli rigidi, qualcosa può davvero cambiare.
Tutti possono uscirne arricchiti.
Insieme, si può seminare speranza. Ma solo se ci mettiamo tutti sullo stesso livello. In ascolto.
In questi due giorni abbiamo visto tantissime persone — più di quanto, almeno io, avrei mai osato sperare.
Le abbiamo viste fermarsi, commuoversi, ascoltare. Le abbiamo viste provare, anche solo per un attimo, a camminare nelle scarpe dei miei ragazzi.
Comprenderne le difficoltà. Condividerne, in parte, i dolori. Ma anche le gioie.
Forse è ancora presto per sapere se i semi che abbiamo piantato daranno frutti.
Ma di una cosa sono certa: abbiamo seminato.
E ora, come ogni contadino, dobbiamo avere fiducia nella terra, nel tempo e nelle persone.