01/06/2026
"A raccontarlo sembra una favola". 😍
Testimonianze di: Maria D'Amico, Rosaria De Sanctis, Angelo Maria Ferrante, Elvira Frasca, mons. Filippo Frasca, Clara Larini e Silvana Sarandrea raccolte da Mauro Ornero , Mauro Venzelini e Umberto de Sanctis.
2 Giugno 1944...oggi, la parola “miracolo”, così difficile da pronunciare a voi
uomini d’oggi tutti tecnologia e “credo solo a quello che vedo”, può sembrare una parola grossa...una cosa difficile a credersi, specialmente quando tocca proprio noi,
le nostre famiglie, il nostro paese, la nostra casa. Si pensa sempre che tocchi ad altri, lontani, chissà dove.
Fortunati loro, ma con che peso vivere...essere stati miracolati! Quel giorno abbiamo avuto proprio paura...e dirlo oggi sembra tutto una favola.
S. Rocco a Collepardo c’è sempre stato, a memoria d’uomo, e come ci hanno raccontato i nostri nonni e i loro padri.
La sua chiesetta posta all’ingresso del paese, vicino alla via che la maggior parte di noi vecchi collepardesi faceva per tornare dalle campagne, dal bosco di Trisulti, dalla valle del fiume e delle grotte. Erano i nostri luoghi di lavoro, come li chiamate oggi. Dentro il piccolo povero edificio – ai nostri tempi si diceva “San Rocco è povero” e così è stato sempre, come realmente era stato nella sua vita il Santo – c’erano delle lampade ad olio, sempre accese, che illuminavano perpetuamente la vecchia statua in cartapesta (stracci e un vecchio lenzuolo come mantello, in realtà).
L’olio non mancava mai. Ogni persona, ogni famiglia metteva la sua parte, anche se la stagione era stata “magra” e poi scarseggiava in casa. Lo andavamo a prendere nei frantoi del paese...e specialmente in quello in località “San Silvestro” che aveva un pozzo interno che chiamavamo “gl’inferno”.
Era anche molto “conteso”: si pensava che fosse miracoloso, e più di una persona dice di essere stata guarita passandolo sulla parte del corpo malata.
Si faceva la festa di San Rocco...Ma che festa! C’era la fame, c’era la miseria, eppure per San Rocco tutto si faceva.
E riusciva sempre la festa più grande del paese, più grossa di quella del SS. Salvatore, che pure è il patrono.
I “fratelli”, quelli che facevano parte della Confraternita di san Rocco che organizzava la festa e teneva la chiesa, giravano casetta per casetta, a fare la cérca della roba: chi non poteva dare soldi, e a quel tempo erano quasi tutti, dava quello che aveva...patate, grano, noci, granturco e poi tutto si portava al mercato di Alatri, con l’asinello...e il ricavato si usava per la festa.
Tutti davamo qualcosa, nessuno diceva di no...e tutti collaboravamo.
Le nostre donne, partecipavano ai preparativi preparando ciammellette ruzze e altri dolci che venivano distribuiti in piazza la sera della festa. E quelle che potevano, facevano un’offerta per san Rocco portando poi in processione, insieme con altre, un bastone che aveva fissata ad un’estremità una piccola statua di San Rocco in legno o in ottone: erano le “festarole”.
Ma quell’anno no, non ci fu niente.
Anche a Collepardo nel ‘43 erano arrivati i tedeschi. S’erano presi con la forza, la palazzina dove un tempo c’era la dogana e facevano i padroni insieme coi fascisti
repubblichini ch’erano accasati alla mola dei frati di Trisulti.
Ma non eravamo i soli abitanti di Collepardo: c’erano anche tantissimi sfollati di Frosinone e dei paesi vicini, fuggiti dai bombardamenti e dalle razzie tedesche.
La grotta dei Bambocci era piena!
Insieme a loro, anche noi paesani eravamo fuggiti in campagna, nelle tante grotte e a Trisulti. Alcuni erano però rimasti in paese e noi stessi andavamo e tornavamo per controllare le nostre case e quel poco che avevamo.
I nazisti, non contenti di usare il paese come bivacco, come rifugio e ospedale per quelli che tornavano da Cassino, rastrellavano uomini da spedire a lavorare al fronte o ai campi di lavoro in Germania. E davano anche la caccia alla banda partigiana che s’era formata qui e che attaccava i loro camion quando passavano sulla Casilina.
Per questo, avevano trasformato la chiesetta di San Rocco in deposito delle loro munizioni: riempita di bombe, proiettili e polvere da sparo fin sull’altare, tanto che il prete non poteva dirci la messa ed essi stessi dovevano girare intorno al mucchio per poter armarsi.
Venne però anche il loro turno: in primavera, eravamo ormai nel 1944, gli americani avevano superato Montecassino e stavano arrivando nel resto della Ciociaria. E proprio in quel 2 Giugno entrarono in molti paesi della nostra provincia.
Saranno state le otto di mattina, forse, e i tedeschi erano ormai in fuga. Per facilitarsi le cose e lasciare un bel “ricordo” di loro, decisero di minare la chiesa di San Rocco per farla saltare in aria con tutto ciò che conteneva.
C’era molta gente lì davanti, tornata nella speranza di poter rientrare alle proprie case, alcuni seduti tranquillamente (!) sul muretto che ancora esiste. E quando vedemmo che i tedeschi stavano srotolando il filo della miccia, molti di noi cominciarono a gridare “San Rocco aiutaci!” “ San Rocco, facci la grazia!” “ Grazia San Rocco, grazia!” e piangevano perché avevamo capito che le nostre case sarebbero saltate.
Intanto, alcune donne, andarono al Comune per chiedere l’intervento del Podestà e cercare di mettere in salvo la statua, perché rimanesse almeno quella, ai collepardesi molto cara. Ma lì non ottennero nulla. Andarono allora a parlare con il comandante
tedesco che rispose – Dio lo perdoni –
Alla fine, però, diede il permesso e la statua fu portata in salvo da un confratello, Sabatino e da una donna. Ricordo una ragazza collepardese che vedendo la statua del Santo fu presa da una crisi di pianto e disse:
Nel frattempo un soldato tedesco, aiutato da uno sfollato di Frosinone – un collaborazionista chiamato “il barbiere” che stava a Collepardo con la moglie e i tre figli, tutti bambini - che per tutto il tempo aveva insultato e preso in giro chi si affannava nel salvataggio di San Rocco dicendo , stava provando a dar fuoco alla miccia. Avendo provato tre volte ad accenderla con i fiammiferi e non riuscendoci, andarono a prendere una tanica di benzina dal vicino comando tedesco per ritentare.
E proprio mentre tornavano indietro, a metà del cammino, arrivò un’improvvisa salva di bombe dai monti di Veroli.
Un’esplosione tremenda. E ricordo le urla, le invocazioni a San Rocco, le imprecazioni, le nuvole di polvere che copriva tutto. Una bambina di cinque - sei anni, proprio la figlia di questo “barbiere”, rimase colpita ad un piedino da una scheggia che si era infilata poi nel tacco della sua piccola scarpa. Fu poi trasportata alla clinica di Frosinone “Santa Elisabetta”. Una seconda salva colpì poi case, alberi, pali della luce distruggendo tutto.
O quasi: quando tutto si fu calmato, i presenti videro una cosa stranissima.
Videro i corpi dilaniati del tedesco, con la torcia ancora accesa ancora in mano, e del “barbiere” uniche vittime di quella furia. Diverse case erano danneggiate, ma la chiesa di San Rocco, quella vicina della Madonna della Consolazione erano intatte e soprattutto nessuna delle persone che stavano ancora lì o nei paraggi era stata colpita.
Collepardo era salvo! Non c’erano altri morti, né feriti! Pensandoci ora, sarebbe bastato che le bombe fossero cadute a dieci metri di distanza e ci sarebbe stata una strage.
Evidentemente, qualcuno ci aveva ascoltato. San Rocco ci aveva protetti un’altra volta, salvando il nostro paese come aveva fatto coi nostri vecchi al tempo della peste e delle carestie.
Del fatto venne dato conto, nell'edizione serale di quel giorno, dal radio giornale trasmesso in Italia dalla famosa "Radio Londra" e ascoltato dai collepardesi residenti a Roma
Tutti gli anni, il nostro parroco ricorda l’avvenimento con una messa mattutina nella piccola chiesa, con quei pochi altri che ancora vivono e ricordano il “miracolo del 2 Giugno”