02/06/2026
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L'Ultimo Rintocco del Giglio
di Antonio Petacca
Il vento fischiava tra i merli della fortezza di Civitella del Tronto, portando con sé l’odore acre della polvere da sparo e quello umido dei boschi d’Abruzzo. Era il marzo del 1861. Mentre altrove si festeggiava un’Italia neonata, tra quelle mura di travertino il tempo sembrava essersi fermato, sospeso nel rintocco di un’agonia eroica.
Pasquale, poco più che un ragazzo con gli occhi grandi e le mani ancora sporche della terra dei campi, stringeva il suo fucile ad avancarica. Accanto a lui, i veterani fissavano l’orizzonte dove le giubbe scure dei piemontesi stringevano l’assedio come un cappio.
Un Sogno tra le Macerie
Non era la politica a tenere Pasquale su quegli spalti. Era l'idea di una casa, di un Re che parlava la sua lingua e di una terra che non voleva essere preda. Sotto la giubba logora, conservava una lettera per sua madre e un nastro azzurro che apparteneva a Maria, la figlia del fornaio.
"Se cadiamo qui," gli aveva detto un commilitone più anziano, "nessuno scriverà di noi nei libri dei vincitori."
"Non m'importa della storia," aveva risposto Pasquale con un sorriso amaro, "mi importa che il sole sorga ancora su queste pietre senza che nessuno debba chiedere il permesso."
L'Ultimo Assalto
Il 20 marzo, l'aria divenne fuoco. I cannoni rigati dei piemontesi iniziarono a martellare incessantemente la porta del castello. Pasquale era lì, sulla cortina settentrionale. Vedeva i compagni cadere, ma il suo pensiero era rivolto alla bandiera bianca con i gigli d'oro che ancora sventolava, fiera e lacerata, sulla torre più alta.
All'improvviso, una scheggia di granata colpì il portatore della bandiera. Il vessillo scivolò verso il precipizio. Senza riflettere, spinto da un istinto che non era odio per il nemico, ma amore per il proprio onore, Pasquale lasciò il fucile e scattò verso l'orlo del bastione.
Mentre le sue dita sfioravano la seta della bandiera, un colpo di carabina risuonò secco nell'aria gelida.
Il Silenzio del Sangue
Pasquale sentì un calore improvviso al petto, poi un freddo siderale. Cadde in ginocchio, ma le sue mani riuscirono a ghermire il drappo. Se lo portò al volto, sentendo l'odore del tessuto misto a quello del proprio sangue.
Mentre la vista gli si appannava, non sentì più le urla dei soldati o il rombo dei cannoni. Sentì solo il rintocco di una campana lontana e vide, per un attimo, i campi di grano della sua infanzia. Morì così, con la guancia appoggiata sul Giglio borbonico, mentre Civitella, l'ultima a cadere, entrava nella leggenda.
I piemontesi entrarono poco dopo, trovando solo pietre e silenzio. Tra i caduti, quel ragazzo sembrava quasi dormire, avvolto in un pezzo di storia che il mondo voleva dimenticare, ma che le montagne abruzzesi avrebbero custodito per sempre.
Antonio Petacca