Collettivo Militant

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Collettivo Militant Militant è un collettivo politico comunista, attivo dal 2006, formato da compagne/i dei movimenti antagonisti romani. Un collettivo politico? Un’associazione?

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- Iniziamo con le presentazioni: cos’è Militant? Una cooperativa? Un centro sociale? Militant è un collettivo politico comunista, formato da compagni dei movimenti antagonisti romani. Nel nostro collettivo si ritrovano militanti che fanno politica nei movimenti di lotta per la casa, nei centri sociali, in associazioni o circoli politici, nei sindacati di base; insomm

a, un mondo variegato, che ci consente di essere presenti in quasi tutte le lotte cittadine e non con un’integrità non indifferente.

- Ma precisamente quando nasce l’idea del collettivo politico? Lo spunto originario fu di creare una struttura che facesse della solidarietà internazionalista per Cuba, usando lo strumento del merchandising per raccogliere fondi per dei progetti sul territorio cubano. E infatti, nel corso degli anni, grazie anche ai nostri contributi, sono state avviate e completate numerose opere sociali proprio a Cuba, come un presidio ospedaliero e una scuola elementare e media ad Alquizar, nella provincia dell’Havana. Visto l’affiatamento che nel frattempo i compagni del collettivo avevano raggiunto, e vista anche la crisi che ha pervaso la sinistra, anche antagonista, del dopo Genova, lasciandoci spiazzati e senza una casa politica a cui fare riferimento, abbiamo deciso di provare ad estendere la nostra iniziativa politica diventando appunto un collettivo politico che cercasse tramite la sua azione di dare un contributo al movimento romano. Per dare delle date, il progetto Militant, in particolare, nasce nel 2002, ma il collettivo politico vero e proprio prende forma sul finire del 2005 e i primi mesi del 2006. Anzi, per essere più precisi, possiamo individuare la data di “fondazione” del collettivo il 28 Aprile del 2006, che, detto fra noi, porta anche bene, visto che proprio quel giorno di sessantuno anni prima Mussolini trovò la sua giusta fine.

- Quindi i compagni del collettivo militano anche in altre strutture? Certo, tutti noi militiamo anche in altre strutture, non necessariamente politiche, ma anche sociali, o anche semplicemente cercando di lottare nel proprio posto di lavoro. E’ assolutamente necessario, secondo il nostro punto di vista, essere presenti nella realtà quotidiana, tanto politica quanto sociale. Non pretendiamo certo di bastarci a noi stessi, né di essere autosufficienti politicamente. Siamo consci della nostra parzialità; semmai il problema sono proprio quella strutture che pretendono di concentrare in sé tutto lo scibile, diventando autoreferenziali. Noi la pensiamo esattamente all’opposto: essere presenti nei luoghi di lotta, nelle occupazioni, nelle vertenze lavorative, nelle assemblee di movimento, per portare il nostro contributo.

- Perché fare parte di un altro collettivo se avete già dei luoghi in cui fare politica? La crisi politica e sociale della sinistra è sotto gli occhi di tutti, e il movimento antagonista romano non rappresenta certo un’eccezione. Quindi col passare del tempo ci è sempre stata più stretta la partecipazione in luoghi e strutture che non soddisfacessero i nostri bisogni politici e sociali. Era ed è un bene essere presenti attivamente, ma la delusione rimaneva forte. Di fronte a tutto questo, la sola risposta che si può dare non è piangerci addosso o rassegnarci, ma l’autorganizzazione. Dunque, se la sinistra fa schifo cerchiamo di contribuire nel nostro piccolo a cambiarla, ad indicare una via. Certo, non è detto che le nostre proposte siano le migliori, ma il metodo secondo noi è quello: auto-organizzarsi, attivarsi con altri compagni e provare a fare quello che si vuole fare, senza aspettare che qualcun altro lo faccia per te, per poi criticarlo. E’ questo il consiglio che ci sentiamo di dare a chi si sente deluso ma ha voglia di partecipare, di fare politica: bisogna attivarsi e muoversi dal basso. Non è necessario essere preparati o avere le masse dietro, tanto oggi come oggi non le ha nessuno. Che mille collettivi politici nascano! (basta che poi si parlino fra di loro sennò il rimedio è peggiore del male).

- Ok, abbiamo capito. Militant è un collettivo politico eterogeneo formato da compagni che già militano in altre situazioni. Ma che politica fate o cercate di fare come collettivo? Che obiettivi vi proponete? Non siete velleitari quando credete in pochi di fare ciò che non sono riuscite a fare numerose altre strutture? Non rischiate di apparire come l’ennesimo gruppetto politico di cui non se ne sente davvero il bisogno? Innanzitutto Militant è un collettivo si variegato, ma non eterogeneo. Politicamente c’è molta compattezza, ed è anzi forse questa più di altre la spinta che ci ha portato a costituire questo collettivo: il fatto, cioè, di vedere sempre più accantonata, disprezzata, dileggiata, abbandonata l’ipotesi comunista, l’analisi della società come risultato delle lotte di classe, del rapporto esistente fra capitale e lavoro. Ogni società, e soprattutto questa in cui stiamo vivendo, è il risultato del rapporto di forza fra i lavoratori e il capitale. Saranno cambiati i padroni, saranno cambiate le forme di sfruttamento, sicuramente: ma la dinamica su cui poggia la società è sempre la stessa, e cioè la lotta presente fra il lavoro e il capitale. In questi ultimi anni, al contrario, di lavoro se ne è parlato sempre meno. E invece noi è da qui che vogliamo ripartire: essere comunisti oggi significa tornare a lottare nei luoghi di lavoro. Non parliamo dei lavoratori, che ovviamente ci provano sempre a lottare per difendere i loro diritti, ma dei compagni. I compagni dovrebbero tornare a parlare con chi lavora, con chi produce. Perché, al di là di tutta una serie di strampalate analisi sulla fine del lavoro manuale, non solo questo non è finito, ma l’Italia rimane sempre la seconda industria manifatturiera d’Europa, e il lavoro industriale invece di diminuire cresce, sia d’importanza che per numero delle persone impiegate. Non è il lavoro che sta finendo, è l’importanza politica che se ne da che sta scomparendo. Dunque, il lavoro, i lavoratori, la produzione, sembra che scompaia, e invece è più forte che mai.

- Mi avete convinto. Però voi sempre pochi siete, mentre quello che vi proponete è decisamente al di sopra della vostra portata. Sicuramente. Ed è proprio per questo che militiamo tutti in altre strutture. Il collettivo politico deve servire più come gruppo di pressione verso la nostra parte politica, all’interno del movimento, piuttosto che come esponente politico diretto. E’ ovvio che in pochi non cambieremo il mondo e neanche la nostra città. Ma con una buona organizzazione possiamo cercare di influenzare le decisioni e le iniziative delle strutture più propriamente di massa. Si potrebbe chiamare lavoro di lobbying, ma chiaramente tutto questo avviene alla luce del sole, con le nostre iniziative pubbliche che cercano di immettere nel dibattito politico di movimento le nostre “parole d’ordine”, gli argomenti che ci piacerebbe venissero affrontati. Solo che invece di continuare a parlare, lo facciamo direttamente, agendo e facendo politica in prima persona. Qualche volta ci riesce molto bene, come quando grazie alla nostra contestazione a Pansa si è aperto un dibattito a livello nazionale sulle cazzate che raccontava questo personaggio; altre volte ci ha detto meno bene, però l’importante è provare.

- Se ho ben capito cercate di muovervi più sul piano pratico che teorico. Questa è una cosa fondamentale. Il movimento e la sinistra in generale è costellata di micro gruppetti che parlano e basta, che scrivono tonnellate di documenti, che ci raccontano la loro visione del mondo. Molte di queste analisi sono anche condivisibili, ma in tutto questo c’è un grande errore tattico, e cioè quello di credere che qualcuno legga o approfondisca queste analisi. Tutto questo sforzo di produzione teorica alla fine risulta fine a se stesso, visto che il più delle volte gli unici che leggono queste analisi sono gli stessi che le scrivono. Per noi l’aspetto teorico è importante ma non più dell’iniziativa politica. Un assioma fondamentale del marxismo è prassi-teoria-prassi, e non teoria-prassi-teoria. Sempre Marx ha riconosciuto che il mondo era stato interpretato in mille modi diversi; era giunta l’ora di cambiarlo, di fare finalmente politica. Fare politica significa secondo noi provare, anche nel proprio piccolo, a cambiare il mondo, no ad interpretarlo solamente. Quindi chiaramente l’aspetto principale della nostra politica è quello di fare iniziative politiche pubbliche; azioni, presidi, volantinaggi, cortei, manifestazioni, contestazioni, attacchinaggi, scritte, presentazioni di libri, dibattiti e quant’altro. Ovviamente in tutto questo sono presenti anche le azioni extra-legali, ma d’altronde la politica richiede a volte anche momenti di forza che non sono evitabili, visto che non siamo noi a stabilire cosa è legale e cosa no, mentre ci assumiamo a pieno l’onere di ciò che riteniamo legittimo.

- Parliamo appunto di questi momenti di forza e di illegalità; in una città come Roma, laboratorio nazionale dell’estrema destra, di questi momenti di forza ce ne sono stati parecchi. L’antifascismo è uno degli aspetti principali del vostro fare politica, mi sembra. E di scontri, a Roma, ne succedono fin troppi. Come vedete voi questa situazione? L’antifascismo è un aspetto fondamentale del nostro collettivo. Anzi, per diverso tempo è stata la tematica che più ci ha interessato, essendo nati agli inizi come collettivo politico antifascista. Roma, da questo punto di vista, è una città difficile, anche se da qualche anno a questa parte i neofascisti sono stati molto ridimensionati. Temiamo però che questa convergenza politica territoriale, e cioè Comune e Regione a due esponenti politici che hanno a che fare con l’estrema destra, possa riportare nuovi finanziamenti a tutta la galassia neofascista romana. Non dimentichiamo che l’apertura di Casapound è avvenuta grazie ai soldi e alle dritte della giunta Storace alla regione…

Detto ciò, da sempre Roma si è caratterizzata per questo neofascismo movimentistico che non ha paragoni nel resto d’Italia. Insomma, nel resto del paese i fascisti erano i nostalgici del Duce, di Salò, i vecchietti con la Fez in testa e il manganello appeso a casa. Insomma, dei reperti da museo, al massimo folcloristici. Oppure erano un tutt’uno con la malavita locale, come a Milano. A Roma invece si sono caratterizzati, dagli anni settanta in poi, come una parte politica che scimmiottava le parole e le azioni del movimento; hanno iniziato a parlare di lavoro, di casa, di problematiche sociali. Ovviamente non hanno mai avuto seguito né radicamento sociale, però una certa quantità di ragazzini convinti del ribellismo giovanile fine a se stesso ha iniziato a cascarci e a popolare le loro sedi. E’ un numero per fortuna molto contenuto, forse non superano le cento persone in tutta la città, però aggrediscono, accoltellano, cercano di intromettersi nelle curve politicizzando il tifo, insomma, come si dice a Roma, rompono le p***e. Tutto questo si è sommato all’abbandono per diverso tempo del concetto di antifascismo militante, anche nei compagni più grandi. Abbiamo cercato di riportare l’antifascismo militante come punto all’ordine del giorno nel movimento. Ovviamente quello militante è solo un aspetto dell’antifascismo, che integra gli altri due tipi di antifascismo che dovrebbero essere sempre portati avanti contestualmente, e cioè quello sociale e quello culturale. Però questo antifascismo che si poggia su questi tre pilastri principali non deve essere mai abbandonato. E’ un fatto di agibilità politica. Ad esempio, se io so che ci sono i fascisti che mi aggrediscono magari non esco ad attacchinare, oppure devo rimediare venti persone per uscire, e quindi ne va della mia iniziativa politica nei quartieri e del mio collettivo, o del mio centro sociale. E’ un problema che limita le nostre forze, che non ci permette di esprimerci politicamente come vorremmo. In tutto questo, le forze del disordine come sempre stanno da una sola parte, lasciamo a voi indovinare quale; quindi ad un certo punto l’istinto di sopravvivenza prevale. Meglio qualche denuncia in più ma qualche accoltellato in meno. Come si diceva, meglio un brutto processo che un bel funerale. Per fortuna, per merito di molti compagni e anche per merito nostro, negli ultimi anni ci siamo tolti qualche soddisfazione…notiamo che invece delle squadracce di picchiatori, formazioni neofasciste quali Casapound hanno intrapreso la via culturale al fascismo, organizzando conferenze sull’omosessualità o sul popolo Karen. E’ una piccola vittoria del movimento, non lo nascondiamo, siamo contenti del nostro contributo.

- Un aspetto importante del vostro approccio politico è quello dell’immaginario, del costruire momenti di rappresentazione anche ideale del fare politica. Potete spiegarci meglio questo vostro atteggiamento? Da più parti si sente o si legge che viviamo in un epoca post-ideologica, della fine delle ideologie o cose del genere. Niente di più falso; anzi, proprio questa lettura fa parte di una costruzione ideologica più generale costruita dal capitale: cioè rappresentare l’attuale modello di sviluppo delle società contemporanee come incontrovertibile, come il migliore dei mondi possibili, come l’unico modello di sviluppo possibile. Anche se fa schifo, in sostanza, il capitalismo e la democrazia liberale sono le uniche forme di organizzazione possibile delle società umane. E’ una guerra culturale-ideologica portata avanti dal capitale; non esiste più l’alternativa, tutto deve essere compreso all’interno del capitalismo, del libero mercato, della democrazia borghese. Tutto questo non ha senso, è una costruzione ideologica che va abbattuta. E’ una battaglia culturale; è li che verrà sconfitto semmai il capitalismo. Ed è proprio per questo che è fondamentale portare avanti un discorso sull’immaginario. Noi dobbiamo ri-costruire un immaginario comunista, alternativo, opposto al modello attuale. E’ per questo che è fondamentale avere un sito (un blog nel nostro caso) dove esprimere il nostro punto di vista sul mondo, su quello che i media ci propinano come fosse verità assoluta, o anche solo dei nostri pensieri in libertà. Tutto contribuisce a costruire immaginario. Pubblicizzare un film piuttosto che un altro, scegliere quale libro leggere, capire quale arte apprezzare. Perché tutto ha in se una connotazione politica, o meglio, a tutto viene data una caratterizzazione politica. Dunque noi non dobbiamo tralasciare questo aspetto, ma dobbiamo porci sullo stesso piano, rispondendo colpo su colpo alle costruzioni ideologiche del nemico di classe. Va fatta una operazione culturale che oggi come oggi è immensa, proprio perché per troppi anni abbandonata. Come sempre, nel nostro piccolo ci proviamo…

- Bene, penso che siamo giunti alla conclusione di questa intervista…grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è quindi eccellente! Stiamo attraversando anni molto difficili, ma la storia non è un continuo omogeneo, procede a salti, sobbalzi e a scossoni. Il nostro giorno verrà!

07/06/2026

Da tempo negli ambienti militanti ci si interroga su come ci si dovrebbe comportare di fronte a quella nuova specie di parassiti succhialike rappresentata dai cosiddetti"influencer del degrado". Quegli sciacalli che pur di rimediare (e monetizzare) qualche visualizzazione non si fanno scrupolo nell'andare a rompere le scatole a chi già vive una situazione di disagio. O anche quelli che ti si presentano ai cortei solo per provocare, sempre con il cellulare in mano e in cerca di una reazione da pubblicare sui social. Ecco, forse la risposta giusta ce l'ha data chi non sta lì a lambiccarsi il cervello con troppe sovrastrutture... Chapeau.

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02/06/2026

Open, alias David Puente, alias Enrico Mentana, spinge il fact-cheking fin la dove nemmeno il crucco coi baffetti aveva osato arrivare e trasforma una svastica in un simbolo solare e in un ricamo tradizionale. Senza parole.

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22/05/2026

Verso il corteo del 13 giugno, nessuno spazio ai trumpiani d’Italia.
Remigrazione è solo l’occasione, la posta in gioco è l’incontro tra estrema destra e destra sovranista mainstream, il punto di convergenza in grado di spostare ancora più a destra la politica in Italia e in Europa. Eppure, è una partita che si gioca sulla pelle di milioni di italiani razzializzati, lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse, operai e operaie di un paese che produce ormai solo grazie alla loro presenza e al loro sfruttamento.
Per capire cosa sono i fenomeni migranti nel nostro paese, per capire come questi incidono e plasmano una nuova composizione di classe – e una nuova combattività di classe – per capire perché i diritti sociali e quelli di cittadinanza sono un’unica cosa: sabato 30 maggio, al Granma, San Lorenzo, ne parleremo con Michele Colucci, uno dei massimi studiosi dei fenomeni migratori in Italia.
Il mondo è di chi si muove e di chi lotta
Nessuno spazio ai fascisti pagati da Musk e Thiel

L'incriminazione di Raul da parte del dipartimento di stato statunitense segna un passaggio delicatissimo per la storia ...
21/05/2026

L'incriminazione di Raul da parte del dipartimento di stato statunitense segna un passaggio delicatissimo per la storia recente di Cuba. Come in molti hanno sottolineato il teorema giudiziario messo in piedi da Washington serve infatti a creare i presupposti "legali" per provare a replicare quanto già visto in Venezuela con il rapimento di Maduro.
La sconfitta strategica subita dagli Stati Uniti in Iran, l'inflazione galoppante che investe i consumatori americani e il relativo crollo di consensi che ha investito la presidenza potrebbero quindi spingere Trump a cercare una vittoria, seppur simbolica, da poter presentare alla propria base in vista delle elezioni di midterm. Del resto quanto pesi la comunità di gusanos di stanza in Florida lo dimostra la nomina di Rubio a Segretario di Stato.
La suggestione dell'entourage trumpiano, dove il quoziente intellettivo alto non è certo il carattere dominante, poggia evidentemente sull’illusione che un intervento militare, seppur circoscritto, possa affondare come un coltello nel b***o di una società ormai piegata e afflitta dal recente e ulteriore inasprimento del blocco economico, come detto, un vero e proprio remake dell'operazione venezuelana.
Ma la storia del popolo cubano ha più volte dimostrato che non sempre le cose vanno come immagina l'Impero, e questo nonostante il rapporto di forze sia assolutamente soverchiante. Il rischio per Trump è quindi che più che un altro Venezuela finisca per ritrovarsi di fronte a sè un nuovo Iran, questa volta però a sole 90 miglia di mare dalle proprie coste.
La speranza per il popolo cubano è dunque che la lezione impartita agli Usa da Teheran abbia trovato qualcuno disposto ad impararla, se non nel patetico inquilino della Casa Bianca quantomeno in chi ne tira i fili. Però, come ben sappiamo, se è vero che la storia insegna è pure vero che ha scolari. Questo significa che i mesi che ci separano dalla sconfitta elettorale di Trump saranno i più pericolosi per la Rivoluzione cubana . Quel che è certo, vada come vada, è che questa volta l'imperialismo troverà pane per i propri denti: ¡Aquì no se rinde nadie!

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14/05/2026

Il confine non esclude i migranti. Li rende ricattabili. È questa la funzione — produrre forza lavoro senza diritti, utile al capitale quanto quella locale, ma più silenziosa. Lo sfruttamento del fenomeno migratorio è un elemento strutturale del capitalismo, non un'emergenza, per questo la remigrazione è solo uno specchietto per le allodole.

È alla luce di queste tensioni tra "marginalità sociale" e centralità economica che la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori migranti assume un ruolo

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09/05/2026

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01/05/2026

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