02/04/2026
‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣0️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO ‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️
DALLA SCIAGURA DEL 1843 ALLA RISCOPERTA DELLA “GRANGELA”: TRAGEDIA E MISTERO NEL SOTTOSUOLO DI LICATA (AGRIGENTO)
La storia di carta che vi propongo questa settimana nasce dall'incrocio di alcuni documenti inediti dell’Intendenza di Girgenti del 1843 con un carteggio (anch’esso inedito) della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia risalente al 1927.
Dall’analisi della documentazione emerge una verità che supera la finzione: un monumento millenario condannato all’oblio per quasi un secolo da un tragico incidente, si è trasformato nel teatro di una delle leggende più oscure della città.
"Tutto ebbe inizio in un afoso luglio del 1843.
In quegli anni, le cosiddette 'fosse del Quartiere' rappresentavano un’insidia costante: si trattava di cinque antichi silos ipogei di proprietà demaniale un tempo utilizzati per la conservazione delle granaglie o come cisterne.
Se tre di esse si trovavano tra le attuali via Santamaria e via Marconi, le rimanenti due fosse sono ancora esistenti.
Un rapporto ufficiale dell’epoca informò l'Intendente di Girgenti che tali cavità, lasciate aperte e prive di protezione, avevano causato nel corso degli anni numerosi 'fatali inconvenienti'."
L'ultimo di questi, il più atroce, fu la morte di un bambino di soli dieci anni, caduto nel vuoto mentre giocava nei pressi di un imbocco incustodito.
👉“…Sento da un rapporto di cotesto Giudice che nell’estremità di cotesto comune esistono cinque fosse dette del quartiere che un tempo servivano per ripostarvi granaglie, le quali fosse per trovarsi aperte han prodotto fatali inconvenienti l’ultimo dei quali produsse la morte di un giovinetto di anni dieci...”👈
👉“… vengo colla presente ad interessarla a disporre subito la chiusura di tali fosse sia con lamia sia con balate o lapidi per ora a spese di cotesta cassa comunale, facendo per mano all’Opera vista la presente, salvo a rimborsarsi cotesta cassa comunale da chi di dritto...” 👈
Sotto la pressione di una comunità sconvolta, Giovanni Trigona, sindaco di Licata, dispose un provvedimento drastico: murare e interrare tutte le cavità sotterranee sospette. Con dodici ducati fu garantita la sicurezza pubblica.
Anche il “pozzo di Ingiaimo”, o “Stagnone piccolo” (Grangela), assieme alle altre pericolose fosse, venne riempita di terra e detriti, sparendo letteralmente dalla vista dei cittadini.
Nel frattempo, la psiche collettiva generava i suoi mostri...
L’interramento della Grangela non cancellò il ricordo del pericolo, ma lo trasfigurò in folklore ammonitore. Per decenni, le madri licatesi usarono una storia terrificante per tenere i figli lontani dalle cavità residue: la leggenda dei “Rianeddri”.
Si narrava che il pozzo profondo fosse abitato da questi spiriti maligni, spettri dell’abisso che emergevano di notte a caccia di sette bambini, (numero simbolico del sacrificio rituale).
Secondo la leggenda, i piccoli venivano trascinati nell’oscurità umida e sacrificati per permettere ai demoni di accedere a tesori inestimabili sepolti nelle viscere del monte “Ecnomo”.
In realtà, il Rianeddru era la personificazione della "fossa aperta": un meccanismo di difesa sociale affinché la paura impedisse nuove tragedie come quella del 1843.
Dovettero passare ottantaquattro anni prima che qualcuno osasse sfidare l'oblio….
Nel novembre del 1927, un cittadino amante delle antichità, Cristoforo Cellura, scrisse alla Soprintendenza alle Antichità della Sicilia segnalando l'esistenza di un’opera sotterranea di "indiscutibile valore".
👉“…Credo mio dovere di buon cittadino, segnalare a cotesta onorevole Direzione che in Licata esiste un monumento di indiscutibile valore, consistente in una vera opera d’arte sotterranea denominata "Grangela", sulla cui portata si danno versioni svariate, e cioè che possa trattarsi di antichissimi bagni pubblici oppure di abitazioni o vie sotterranee costruite a scopo di difesa...”👈
👉“…È quistione di procedere ai lavori di sterramento mercè la spesa di Lire 4000 circa. Prego cotesta onorevole Direzione di autorizzarmi, onde io possa procedere ai lavori suddetti affrontando la spesa...”👈
La risposta dell’illustre archeologo e soprintendente Paolo Orsi, tuttavia, fu inizialmente gelida. Orsi, ignorando il provvedimento del 1843, sospettava che le descrizioni del Cellura fossero "fantasie" popolari alimentate dalle leggende sui tesori.
L'imbocco era murato e colmo di macerie; per la scienza ufficiale, lì sotto non c'era nulla se non terra. Nessuno ricordava più che quell'interramento era stato un atto deliberato dello Stato.
👉“…È mio avviso che debba trattarsi, in parte almeno, di fantasie, onde prego vivamente la S.V. (marchese Cannarella) di chiedere al Cellura maggiori chiarimenti, e di informarmi sull’esito delle indagini che vorrà esplicare in merito al supposto monumento…”👈
A risolvere l’enigma fu l’intervento del marchese Francesco Cannarella, podestà (sindaco) di Licata e ispettore onorario alle antichità.
Nella sua relazione tecnica del 19 dicembre 1927, Cannarella descrisse la meraviglia che si svelò man mano che la terra veniva rimossa: una scala monumentale scavata nella dura pietra, con gradini regolari e una volta alta oltre due metri.
👉“…La figura di questo sotterraneo é parallelogramma. Nei due lati più lunghi vi sono undici gradini e negli altri sette. La sua larghezza é di palmi cinque (m. 1,30) e l’altezza della volta nove (m. 2,33) …”👈
👉"Questa ugualmente incastonata nella viva pietra é regolarissima e si estende in perfetta ugualità senza cemento alcuno. La grandezza dell’opera fa giudicare che servir dovea ad un grande uso. La sua progressione ed il suo fine sono ignoti per essere ripieno di terra..."👈
Non era una fossa, ma quella comunemente chiamata oggi “Grangela” un capolavoro di ingegneria idraulica antica, progettato per captare l’acqua del monte.
L'opera riemerse integra, difesa paradossalmente proprio da quella terra che l'aveva tenuta nascosta per quasi un secolo dando vita alla leggenda dei “Rianeddri”.
Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
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