Storie di Carta - Licata - Agrigento

Storie di Carta - Licata - Agrigento " Nel passato c'è la storia del futuro" Juan Donoso Cortès

Pagina di ricerca e divulgazione storica curata dal giornalista e bibliotecario Angelo Mazzerbo

10/04/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️

1️⃣1️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣

‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO ‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

👉PROSSIMAMENTE…..

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣0️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                     ‼️ ESCLU...
02/04/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣0️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO ‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

DALLA SCIAGURA DEL 1843 ALLA RISCOPERTA DELLA “GRANGELA”: TRAGEDIA E MISTERO NEL SOTTOSUOLO DI LICATA (AGRIGENTO)

La storia di carta che vi propongo questa settimana nasce dall'incrocio di alcuni documenti inediti dell’Intendenza di Girgenti del 1843 con un carteggio (anch’esso inedito) della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia risalente al 1927.

Dall’analisi della documentazione emerge una verità che supera la finzione: un monumento millenario condannato all’oblio per quasi un secolo da un tragico incidente, si è trasformato nel teatro di una delle leggende più oscure della città.

"Tutto ebbe inizio in un afoso luglio del 1843.

In quegli anni, le cosiddette 'fosse del Quartiere' rappresentavano un’insidia costante: si trattava di cinque antichi silos ipogei di proprietà demaniale un tempo utilizzati per la conservazione delle granaglie o come cisterne.

Se tre di esse si trovavano tra le attuali via Santamaria e via Marconi, le rimanenti due fosse sono ancora esistenti.

Un rapporto ufficiale dell’epoca informò l'Intendente di Girgenti che tali cavità, lasciate aperte e prive di protezione, avevano causato nel corso degli anni numerosi 'fatali inconvenienti'."

L'ultimo di questi, il più atroce, fu la morte di un bambino di soli dieci anni, caduto nel vuoto mentre giocava nei pressi di un imbocco incustodito.

👉“…Sento da un rapporto di cotesto Giudice che nell’estremità di cotesto comune esistono cinque fosse dette del quartiere che un tempo servivano per ripostarvi granaglie, le quali fosse per trovarsi aperte han prodotto fatali inconvenienti l’ultimo dei quali produsse la morte di un giovinetto di anni dieci...”👈

👉“… vengo colla presente ad interessarla a disporre subito la chiusura di tali fosse sia con lamia sia con balate o lapidi per ora a spese di cotesta cassa comunale, facendo per mano all’Opera vista la presente, salvo a rimborsarsi cotesta cassa comunale da chi di dritto...” 👈

Sotto la pressione di una comunità sconvolta, Giovanni Trigona, sindaco di Licata, dispose un provvedimento drastico: murare e interrare tutte le cavità sotterranee sospette. Con dodici ducati fu garantita la sicurezza pubblica.

Anche il “pozzo di Ingiaimo”, o “Stagnone piccolo” (Grangela), assieme alle altre pericolose fosse, venne riempita di terra e detriti, sparendo letteralmente dalla vista dei cittadini.

Nel frattempo, la psiche collettiva generava i suoi mostri...

L’interramento della Grangela non cancellò il ricordo del pericolo, ma lo trasfigurò in folklore ammonitore. Per decenni, le madri licatesi usarono una storia terrificante per tenere i figli lontani dalle cavità residue: la leggenda dei “Rianeddri”.

Si narrava che il pozzo profondo fosse abitato da questi spiriti maligni, spettri dell’abisso che emergevano di notte a caccia di sette bambini, (numero simbolico del sacrificio rituale).

Secondo la leggenda, i piccoli venivano trascinati nell’oscurità umida e sacrificati per permettere ai demoni di accedere a tesori inestimabili sepolti nelle viscere del monte “Ecnomo”.

In realtà, il Rianeddru era la personificazione della "fossa aperta": un meccanismo di difesa sociale affinché la paura impedisse nuove tragedie come quella del 1843.

Dovettero passare ottantaquattro anni prima che qualcuno osasse sfidare l'oblio….

Nel novembre del 1927, un cittadino amante delle antichità, Cristoforo Cellura, scrisse alla Soprintendenza alle Antichità della Sicilia segnalando l'esistenza di un’opera sotterranea di "indiscutibile valore".

👉“…Credo mio dovere di buon cittadino, segnalare a cotesta onorevole Direzione che in Licata esiste un monumento di indiscutibile valore, consistente in una vera opera d’arte sotterranea denominata "Grangela", sulla cui portata si danno versioni svariate, e cioè che possa trattarsi di antichissimi bagni pubblici oppure di abitazioni o vie sotterranee costruite a scopo di difesa...”👈

👉“…È quistione di procedere ai lavori di sterramento mercè la spesa di Lire 4000 circa. Prego cotesta onorevole Direzione di autorizzarmi, onde io possa procedere ai lavori suddetti affrontando la spesa...”👈

La risposta dell’illustre archeologo e soprintendente Paolo Orsi, tuttavia, fu inizialmente gelida. Orsi, ignorando il provvedimento del 1843, sospettava che le descrizioni del Cellura fossero "fantasie" popolari alimentate dalle leggende sui tesori.

L'imbocco era murato e colmo di macerie; per la scienza ufficiale, lì sotto non c'era nulla se non terra. Nessuno ricordava più che quell'interramento era stato un atto deliberato dello Stato.

👉“…È mio avviso che debba trattarsi, in parte almeno, di fantasie, onde prego vivamente la S.V. (marchese Cannarella) di chiedere al Cellura maggiori chiarimenti, e di informarmi sull’esito delle indagini che vorrà esplicare in merito al supposto monumento…”👈

A risolvere l’enigma fu l’intervento del marchese Francesco Cannarella, podestà (sindaco) di Licata e ispettore onorario alle antichità.

Nella sua relazione tecnica del 19 dicembre 1927, Cannarella descrisse la meraviglia che si svelò man mano che la terra veniva rimossa: una scala monumentale scavata nella dura pietra, con gradini regolari e una volta alta oltre due metri.

👉“…La figura di questo sotterraneo é parallelogramma. Nei due lati più lunghi vi sono undici gradini e negli altri sette. La sua larghezza é di palmi cinque (m. 1,30) e l’altezza della volta nove (m. 2,33) …”👈

👉"Questa ugualmente incastonata nella viva pietra é regolarissima e si estende in perfetta ugualità senza cemento alcuno. La grandezza dell’opera fa giudicare che servir dovea ad un grande uso. La sua progressione ed il suo fine sono ignoti per essere ripieno di terra..."👈

Non era una fossa, ma quella comunemente chiamata oggi “Grangela” un capolavoro di ingegneria idraulica antica, progettato per captare l’acqua del monte.

L'opera riemerse integra, difesa paradossalmente proprio da quella terra che l'aveva tenuta nascosta per quasi un secolo dando vita alla leggenda dei “Rianeddri”.

Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️9️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                                 ...
08/03/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️9️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣

‼️INEDITO‼️

AGOSTO 1843, CRONACA DI UN TESORO “DIMENTICATO”: IL GIALLO DI PORTELLA DI CORSO A LICATA (AGRIGENTO)

La ricerca storica è spesso un esercizio di pazienza, un atto di indagine investigativa tra polvere e carte segnate dall’incedere del tempo e dall’incuria degli uomini, un viaggio che talvolta regala scoperte capaci di riscrivere la cronaca di un territorio.

La “storia di carta” che vi propongo questa settimana porta alla luce un caso eclatante: quello di “Portella di Corso”, località situata a 12 chilometri da Licata (Agrigento).

Un’area archeologica che pensavamo di conoscere solo a partire dagli anni '70, ma che in realtà celava il suo segreto già da molto tempo; un segreto riemerso dai polverosi documenti del Comune di Licata per restituirci un pezzo di storia dimenticata.

Il 29 agosto 1843, durante i lavori di scavo per la realizzazione della nuova strada Licata-Canicattì, l'attuale Strada Statale 123, gli operai si imbatterono in qualcosa che non era semplice roccia. Emerse una necropoli…

Il sindaco di Licata, don Desiderio Platamone, all'epoca insignito del titolo di 'Patrizio' assieme a quello di “Senatori” per la Giunta, in virtù dell'antico privilegio del 'Senato' concesso alla città, non appena fu informato della scoperta, scrisse immediatamente all'ingegnere Carlo D’Errico, responsabile dei lavori per conto del 'Real Servizio di Acque e Strade'.

Il tono della sua missiva è quello di un uomo che aveva intuito la straordinaria importanza del ritrovamento e temeva profondamente per la sua salvaguardia:

👉“…Sig. Ingegnere, sono stato informato che nel farsi gli scavi per l’apertura della strada nella Contrada di Corso, si sono rinvenuti alcuni sepolcri con iscrizioni, vasi, ed altri oggetti di antichità, alcuni dè quali esistenti presso di Lei. Io la prego a volermene assicurare lo rinvenimento, e di fare si che simili oggetti per negligenza dè lavoratori, non venghino in nessuna parte infranti, o in altro modo despersi o pure occultati, dovendo di tutto dar conto al Signor Intendente…”👈

La risposta dell’ingegnere D’Errico svela, purtroppo, una mentalità comune all'epoca: il funzionario confermò di aver prelevato i reperti e di custodirli in casa propria, nei pressi dello scavo, ma giustificò la mancata segnalazione alle autorità superiori dichiarando che gli oggetti erano “di niun valore”.

Con questo verdetto, una necropoli greca fu condannata all'oblio per oltre un secolo:

👉““Signore, essendo anche al corrente dell’ordine dettateci dall’ottimo Ministro degli Affari Interni riguardo agli oggetti preziosi che possono ritrovarsi, ho fatto riunire tutti gli oggetti rinvenuti nello scavo eseguito in Portella di Corso nella casa di mia dimora e non ho creduto fin ora farne comunicazione alle autorità competenti per essere essi di niun valore; e son certo che ella farà della mia opinione appenachè ocularmente nella mia prossima venuta costà si convincerà di questo mio divisamento..”👈

Ciò che l'ingegnere D’Errico definì "senza valore" si rivelò essere, in realtà, un sito archeologico di inestimabile pregio.

Grazie alle indagini di scavo effettuate dall’Associazione Archeologica Licatese 1971 nel dicembre del 1973, , è stato possibile documentare, con il contributo editoriale del compianto prof. Calogero Ca**tà, la complessità di Portella di Corso.

Le indagini hanno rivelato 26 sepolture databili tra la fine del VI e l'inizio del III sec. a.C., offrendo un prezioso spaccato delle ritualità funerarie dell'epoca: tombe ad incinerazione in anfora, sepolture a "cappuccina" con lastroni fittili a forma di tetto spiovente, fosse terragne e tombe a cassa.

I corredi funerari rinvenuti nel 1973 raccontano una storia di grande raffinatezza. Reperti di valore inestimabile, tra cui lekytoi a figure nere del VI sec. a.C., vasi a figure rosse e un raro lekytos ariballico corinzio decorato con figure zoomorfe.

Purtroppo, il confronto tra la “storia di carta” del 1843 e i rilievi del 1973 lascia un retrogusto amaro.

Ciò che per un funzionario dell’800’ era semplice "scarto" da cantiere, rappresentava in realtà uno dei complessi funerari greci più significativi del comprensorio.

Questa necropoli di vaste proporzioni appartenente a un centro abitato ancora non identificato, è stata ed è ancora, purtroppo, vittima dell'incuria e dei tombaroli, confermando quanto profetica fosse stata la preoccupazione del sindaco Platamone oltre un secolo prima.

Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️8️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                              ...
01/03/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️8️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣

‼️INEDITO‼️

1640, ASSALTO AL CARICATORE: CRONACA DI UN POMERIGGIO DI FUOCO A LICATA (AGRIGENTO)

Proseguendo il nostro viaggio tra i conflitti che hanno segnato le nostre coste, la "Storia di Carta" che vi propongo questa settimana ci riporta a Licata, in un pomeriggio qualunque, quello del 14 marzo del 1640 che mise a n**o la gloria e le fragilità di una città "sentinella" del Mediterraneo.

La cronaca di quel giorno inizia con il guardiano (vedetta) del Poggio Cufino (punto di osservazione della citta) che alle sei del pomeriggio del 14 marzo 1640 lanciò l'allarme: otto vascelli d'Alto Bordo avanzavano da ponente.

Sfruttando il vento in poppa, le imponenti navi nemiche puntarono dritte al Caricatore di grano, il cuore economico della città marinara.

In quel momento, sulla spiaggia, si trovavano due prede vulnerabili intente a caricare il grano: una 👉"Urca grossa"👈(Orca, imbarcazione commerciale, chiatta) diretta a Malta e un vascello ordinario destinato alla città di Milazzo.

La manovra di attacco fu immediata e aggressiva 👉("...abbordaro sopra li detti due vascelli...")👈, costringendo i mercantili a una fuga disperata verso la protezione del Castel San Giacomo, l'imponente castello a mare demolito, purtroppo tra la fine dell' 800' e primi del 900' per far posto al porto commerciale.

Il nemico fu audace e inseguì le navi fin sotto le mura cittadine, sfidando il cuore difensivo dell'abitato. Ma Licata non restò a guardare. I bastioni sprigionarono la loro potenza di fuoco per proteggere le imbarcazioni.

Il documento descrive l'uso di ogni👉"...rimedio diligente..."👈 necessario in un caso così repentino:

👉"...dalla fortezza et bastioni della città disparati molti colpi di Artiglieria... in maniera che per havervi ricevuto danno presiro il bordo alla volta di fuori..."👈

L'attacco fu respinto: il nemico, colpito dalle cannonate, fu costretto a virare e a prendere il largo.

Un 👉"homo serio a cavallo"👈 incaricato dai Giurati (amministratori) di Licata (Franco Foglietta, Francesco Grugno, Calcerano di Caro, Alessandro Formica) partì immediatamente al galoppo per portare la notizia della vittoria e del pericolo scampato a Sua Eccellenza il Vicerè, don Francisco de Melo.

Dietro l'eroismo, però, si celava una verità inquietante. La vittoria fu un prodigio militare difensivo in quanto la città, denunciarono i Giurati, si ritrovava 👉"...affatto sprovvista di polvere..." 👈 (da sparo)".

Licata chiese quindi rifornimenti urgenti, poiché l’artiglieria dei bastioni era in crisi, sprovvista di polvere, casse e ruote, quest'ultime ormai 👉"...invecchiate et inservibili..."👈.

Senza aiuti, la città avrebbero rischiato di restare pesantemente danneggiata alla prossima incursione dal mare.

La vita e la morte dei licatesi spesso dipendeva dalla velocità della burocrazia sp****la nel rispondere alle richieste d'aiuto, richieste non sempre esaudite.

Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️7️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                         ‼️ATT...
22/02/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️7️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ATTIVITA' DI RICERCA‼️

1630, IL PATTO DI FERRO: CANNONI DA MALTA PER LA DIFESA DI LICATA

1630. Le coste della Sicilia meridionale vivono sotto l'incubo costante delle vele corsare. In questo scenario di frontiera, la "Storia di Carta di questa settimana (riemersa dall'Archivio Storico del Comune di Licata) rivela un episodio cruciale di diplomazia e solidarietà militare tra la città di Licata e l'Ordine dei Cavalieri di Malta.

Il Caricatore di Licata, cuore pulsante dell'economia cerealicola del Regno, era vitale non solo per la Sicilia ma per la stessa Malta, che dalle nostre banchine riceveva il prezioso "formento" (frumento).

Consapevoli di questa interdipendenza, i Giurati (Amministratori) licatesi inviarono una pressante richiesta d'aiuto al Gran Maestro dell'Ordine, lamentando l'insufficienza delle difese contro i corsari che insidiavano i vascelli nel porto.

La risposta da Malta fu immediata e solenne. In un decreto datato 1° aprile 1630, il Gran Maestro Antoine de Paule ( "Antonius de Paula") riconobbe la domanda come "giusta ed onesta".

L'Ordine dispose la donazione di "duo ferrea tormenta bellica" (due cannoni di ferro), descritti come "assai buoni e belli", destinati a essere montati sui bastioni di Licata.

Questi pezzi d'artiglieria avevano un compito preciso: proteggere il caricatore di grano e "offendere" i nemici che osavano avvicinarsi alle acque licatesi.

I documenti recuperati ci portano successivamente al 12 aprile 1630, giorno in cui attraccò al porto di Licata il galeone “San Paolo”, imponente nave dell'Ordine di Malta comandata da Fra Michele Ciamparis. A bordo, i due cannoni pronti per essere consegnati alla città.

A riceverli ufficialmente furono i vertici dell'amministrazione cittadina, i Giurati Alessandro Formica, Giuseppe Milazzo e Giuseppe Serrovira, i cui nomi emergono con chiarezza dalle carte del "mastro notaro" Angelo Brancato.

Per concludere una ⁉️curiosità⁉️: le carte analizzate presentano fori e segni di "fumigazione”. Nel 1630, con la costante minaccia della peste le lettere provenienti da Malta venivano spesso disinfettate con vapori di zolfo prima di essere aperte dai Giurati.

Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️6️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                              ...
15/02/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️6️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣

‼️INEDITO ‼️ ‼️ATTIVITA' DI RICERCA‼️

1618: DALL’IMBOSCATA ALLA ROCCA SAN NICOLA ALL’AFFRONTO SOTTO IL CASTEL SAN GIACOMO. SAMPSON, IL CORSARO CHE SFIDO’ LA CITTA’ DI LICATA

‼️PREMESSA‼️: L’analisi dei documenti di questa settimana si è rivelata più complessa del previsto, non tanto per la grafia ma per l'interpretazione di due termini cruciali: 'Bortoni di Sansone'.

Queste due parole, fondamentali per comprendere il senso profondo dell'intero testo, sono rimaste per giorni un enigma irrisolto, costringendomi a un lungo confronto con la terminologia dell'epoca e le abitudini scrittorie del “mastro notaro” licatese che operò tra il 1618 e il 1619.

Poi, l’illuminazione: “Bortoni” stava per “Bertoni” (il nome derivante dalla storpiatura del termine bretone, bastimento tondo a tre alberi di vela quadra usato dagli inglesi, dai fiamminghi e appunto dai bretoni) e “Sansone” per “Sampson”. Si tratta di Sampson Denball, il corsaro rinnegato di Dartmouth (Inghilterra) meglio noto come Alì Rais dopo la conversione all’Islam.

Fatta questa doverosa premessa, godetevi questa inedita "storia di carta" che vede la luce per la prima volta: un episodio rimasto nascosto ai libri di storia e alle cronache dei corsari del Mediterraneo.

Buona Lettura. 😉

I documenti appena riemersi dall’Archivio Storico del Comune di Licata ci proiettano in un’epoca di terrore, quando i corsari che incrociavano lungo questo lembo di costa siciliana non temevano neppure l’imponente mole del Castel San Giacomo.

Questa magnifica fortezza che un tempo presidiava la città di Licata rivive oggi soltanto tra le pagine dei libri di storia, essendo stata demolita tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento del secolo scorso.

Il 13 ottobre 1618, il Capitano d’armi a guerra della città di Licata, lo spagnolo don Pietro Santamaria, ricevette segnalazioni allarmanti: i "Bertoni" del corsaro Sampson (imponenti bastimenti da 1.000 tonnellate di stazza) incrociavano minacciosi nelle acque antistanti il litorale licatese.

Santamaria non p***e tempo e ordinò un’imboscata presso la Rocca di San Nicola, inviando guarnigioni in appostamento per prevenire eventuali sbarchi.

I mandati di pagamento autorizzati dal tesoriere Domenico Corso hanno svelato la meticolosa logistica della missione.

Per sostenere i soldati impegnati nella guardia, la città provvide all'acquisto di razioni mirate: pane, vino, formaggi e "fogliami" (insalata e ortaggi), garantendo agli uomini i mezzi necessari durante la snervante attesa del nemico.

Tuttavia, nonostante la vigilanza a terra, l'astuzia del corsaro Sampson si rivelò superiore. Mentre le difese rimasero distratte lungo i litorali periferici, il corsaro puntò dritto al cuore economico di Licata.

Il 26 ottobre 1618 si consumò l'atto più provocatorio: Sampson catturò un grande vascello carico di frumento proprio sotto la fortezza della città: il Castel San Giacomo.

La gravità dell’incidente spinse i vertici cittadini a una decisione solenne. Non fu più soltanto una questione locale, ma un'emergenza che minacciava direttamente l’intera isola.

Il corriere Angelo Ballo fu pagato ventisei tarì per una missione prioritaria: cavalcare senza sosta fino a Palermo per consegnare le lettere d'avviso a Sua Eccellenza il Viceré.

A siglare questa sconosciuta pagina di storia furono i Giurati della città di Licata Gio. Paolo Casses, Gio. Antonio Montaguto, Paolo D’Avila e Curzio Orsilaghi.

A dare forma e memoria ai fatti fu la penna del mastro notaio Antonio Mallia. È grazie alla sua opera di convalida se oggi, dopo quattro secoli, abbiamo il privilegio di raccontare questa sconosciuta e affascinante storia di carta.

Grazie. Alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️5️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                             ‼...
08/02/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️5️⃣​​​/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️INEDITO ‼️
‼️ESCLUSIVO‼️ ‼️ATTIVITA' DI RICERCA‼️

FEDE E CHIRURGIA TRA LE CARTE D’ARCHIVIO: L’ANTICO BANDO (1749) SUL “PARTO CESAREO” A LICATA (AGRIGENTO)

Tra le carte dell’Archivio Storico Comunale è riemerso un documento di straordinaria drammaticità e rigore: un antico Bando sul Parto Cesareo.

Più che un manuale medico, il testo è una sintesi tra legge civile e religiosa che regolamentava il confine tra la vita e la morte, con un unico scopo: la salvezza dell'anima.

Il recupero di questo bando, emanato l’undici ottobre 1749 sotto l'autorità del Consigliere Regio, Deputato alla Sanità e Protomedico Generale della Sicilia, don Onofrio Milazzo, rappresenta un tassello fondamentale per comprendere la vita quotidiana e le pratiche sanitarie della Sicilia e della comunità licatese dei secoli scorsi.

In un'epoca in cui la medicina era indissolubilmente legata ai precetti della Chiesa, il parto cesareo (dal latino caedo; tagliare; l’origine del termine è legata alla "Lex Caesarea", una legge romana del 715 a.C. che prevedeva l'estrazione del feto dalle donne decedute durante il travaglio) non veniva praticato per salvare la madre, ma era un atto estremo compiuto subito dopo il suo decesso.

Con il taglio cesareo, visto l'altissimo tasso di mortalità materna, si sceglieva di privilegiare la vita del bambino rispetto a quella della madre.

Il bando, citando il rituale romano “Baptizandi parvulis” è categorico: “Si mater praegnans mortua fuerit, foetus quamprimum extrahatur” (Se la madre incinta muore, il feto sia estratto quanto prima).

Il fine ultimo era il battesimo, l'unico strumento per evitare che l'anima del nascituro finisse nel “Limbo”.

Il documento giunge a dichiarare colpevoli di omicidio coloro che per negligenza non intervenivano tempestivamente.

Il bando imponeva regole ferree a medici, chirurghi, barbieri e soprattutto alle "mammane" (le ostetriche del tempo): nessuno poteva esercitare senza aver prima giurato di essere istruito nell'operazione.

Per evitare tragici errori, il bando descriveva come accertarsi del decesso: l’uso di una candela accesa davanti alle narici per verificare l'assenza di respiro, la verifica della cessazione del moto del cuore e delle arterie, l’obbligo di intervenire "senza alcun dilamento" (senza alcun ritardo) non appena accertato il decesso.

Le istruzioni contenute nelle carte descrivono la procedura con dettagli tecnici impressionanti per l'epoca. Il taglio doveva essere effettuato preferibilmente sul lato sinistro del ventre, con un "rasoio affilato", partendo da sopra l'ombelico (evitandolo, poiché descritto come "difficile a tagliarsi"). e proseguendo lungo una linea longitudinale.

La raccomandazione costante era la cautela: incidere la carne e il peritoneo con delicatezza per "non offendere il bambino".
Se il neonato appariva debole, il chirurgo (barbieri, mammane) doveva procedere al battesimo "in utero".

Un dettaglio tecnico di rilievo è l'obbligo per i chirurghi di possedere e saper usare lo "Speculum Matricis" (strumento di dilatazione uterina).

Questo strumento, utilizzato per ispezionare il canale del parto nelle viventi, dimostra che il bando mirava a una professionalizzazione che andasse oltre l'emergenza post-mortem, cercando di elevare gli standard della chirurgia ostetrica locale.

Il bando riflette le teorie di Francesco Emanuele Cangiamila (1702-1763), sacerdote palermitano che nel 1745 pubblicò l'Embriologia Sacra. Questo testo ebbe un'influenza enorme in tutta Europa, prescrivendo ai sacerdoti di intervenire direttamente se non vi fossero medici presenti.

L'opera di Cangiamila fu fondamentale non solo per la teologia, ma anche per impedire che bambini ancora vivi venissero sepolti insieme alle madri defunte

Proprio Cangiamila, nel 1731, ottenne da Ferdinando Tomasi, principe di Lampedusa e duca di Palma, la nomina ad Arciprete di Palma di Montechiaro, paese a pochi chilometri da Licata in provincia di Agrigento.

A Palma di Montechiaro vi rimase per quasi dodici anni, svolgendo un'intensa attività pastorale e rivelando le sue vive aspirazioni di riformatore sociale.

Si dedicò soprattutto, grazie al sostegno economico dei Tomasi, alla creazione di istituti di educazione femminile a Palma, Licata, Agrigento e alla fondazione di istituzioni per l'assistenza alle vittime delle scorrerie dei pirati barbareschi prospettando la necessità di fornire assistenza sanitaria gratuita ai poveri.

A testimonianza della sua importanza, la comunità di Palma di Montechiaro ha voluto onorarne la memoria intitolandogli una scuola.

Grazie. Alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

Indirizzo

Licata
92027

Telefono

+390922771586

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Storie di Carta - Licata - Agrigento pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Storie di Carta - Licata - Agrigento:

Condividi