Centro Studi “Alcide De Gasperi” Genzano di Roma

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L'associazione "Centro studi Alcide De Gasperi" alla luce dell'insegnamento ideale, morale e politico del grande statista si propone come luogo ideale di riferimento per gli appassionati di Storia, di Politica e di studi Sociali. L'Associazione coerentemente con le idee, il pensiero e l'azione di Alcide De Gasperi si propone di approfondire la conoscenza dello statista e l'influenza che ebbe la s

ua permanenza sul territorio dei Castelli Romani. Promuove , incoraggia e diffonde studi e ricerche sul movimento cattolico dei castelli romani con particolare riguardo al pensiero sociale, politico, economico e all'azione e alle opere più significative della nostra storia.

02/06/2026

🇮🇹 LA FESTA DELLA REPUBBLICA 🇮🇹
👉 A 80 anni dallo storico Referendum

"Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci da vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio, creerà nella Costituente una repubblica di tutti, una repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice, ma non sopraffattrice, e soprattutto, rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto".

✍ Alcide De Gasperi. Roma, 14 giugno 1946

02/06/2026

Gli 80 anni della Repubblica

2 giugno 1946: il primo voto delle donne italiane,non una concessione ma un riconoscimento e un valore

Una donna anziana a lutto in primo piano e sullo sfondo un giovane soldato che salta su una mina. Sotto, queste parole: “Non ci sarebbe stata la guerra se tu, madre, avessi potuto votare” .
Considero questo manifesto della DC uno dei più intensi e convincenti sul voto delle donne per le elezioni del 1946.
. Non una concessione né solo la doverosa risposta a una decisa rivendicazione, ma il riconoscimento del valore che la piena cittadinanza politica delle donne avrebbe portato all’Italia in termini di umanità, di giustizia e di pace.

80 anni fa furono 13 milioni, quasi il 90% delle aventi diritto le donne che si presentarono, consapevoli ed emozionate, alle urne, per scegliere tra Monarchia e Repubblica e per votare l’Assemblea Costituente, dove su 554 componenti 21 saranno le donne elette: 9 dc, 9 pci, 2 socialiste e una dell’Uomo qualunque.

Le radici di quella svolta affondano lontano. Già tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento associazioni femminili di diversa ispirazione aveva avanzato richieste di partecipazione politica. Le guerre mondiali avevano poi dimostrato la capacità delle donne di sostenere il Paese nel lavoro, nell’assistenza e nella vita sociale. Ma fu soprattutto durante il fascismo, la guerra e la Resistenza che maturò la consapevolezza dell’impossibilità di escludere ancora metà della popolazione dalla vita democratica.

Determinante fu il ruolo dell’associazionismo femminile nella sensibilizzazione, preparazione e partecipazione delle donne italiane all’esercizio del voto. Il Centro Italiano Femminile (CIF), nato nel 1944 come federazione di associazioni cattoliche, presieduto da Maria Federici promosse l’educazione civica delle donne, l’impegno sociale e ne incoraggiò la partecipazione politica. Parallelamente operò l’Unione Donne Italiane (UDI), espressione di culture politiche antifasciste – comuniste, socialiste e azioniste – diverse ma unite nell’obiettivo dell’emancipazione e della piena cittadinanza. Anche il Movimento Femminile della Democrazia Cristiana, nato nel 1945 e affidato da De Gasperi ad Angela Cingolani Guidi, svolse un’intensa attività di preparazione e mobilitazione, organizzando incontri, corsi e campagne informative.

La decisione di riconoscere il voto alle donne, sancita nel 1945 dal governo guidato Bonomi su impulso di De Gasperi e Togliatti, quindi con il consenso delle principali forze antifasciste, maturò in un contesto di ampia condivisione politica. Nessuno poteva ignorare il contributo femminile alla lotta di Liberazione. Le donne erano state staffette partigiane, organizzatrici clandestine, infermiere, combattenti. Ma erano state anche protagoniste di una resistenza disarmata e quotidiana: avevano nascosto perseguitati, mantenuto unite le famiglie, garantito sopravvivenza e solidarietà nelle comunità devastate dalla guerra.

Le cronache del 2 giugno restituiscono l’emozione di una giornata vissuta come un passaggio storico. Molte donne si presentarono ai seggi con il vestito della festa. Alcune percorsero chilometri a piedi. Molte portarono con sé i figli piccoli, quasi a voler trasmettere loro il significato di quel momento. Le testimonianze raccontano code ordinate, commozione e orgoglio.

Una contadina emiliana ricordò anni dopo: «Mi sembrava di contare qualcosa anch’io». Una giovane maestra raccontò di aver conservato la scheda elettorale come una reliquia civile. Religiose impegnate nelle opere assistenziali descrissero il voto come un esercizio di responsabilità verso il bene comune. Donne popolane e donne istruite, operaie e professioniste, credenti e laiche condividevano la stessa consapevolezza: per la prima volta la loro voce avrebbe contribuito a decidere il destino dell’Italia.

Votarono in massa. L’affluenza femminile superò ogni previsione e smentì pregiudizi ancora diffusi sulla presunta impreparazione politica delle donne. Da quel voto uscirono anche le ventuno donne che entrarono nell’Assemblea Costituente, le future “Madri Costituenti”, protagoniste della scrittura dei principi di uguaglianza e dignità che ancora oggi fondano la Repubblica.

Il 2 giugno 1946 non segnò soltanto l’estensione del suffragio universale. Fu il giorno in cui la Repubblica nascente riconobbe formalmente ciò che la storia aveva già dimostrato: le donne erano state protagoniste della rinascita nazionale e avevano pieno diritto di partecipare alla costruzione della democrazia italiana. Un riconoscimento conquistato con coraggio, responsabilità e impegno civile.

11/05/2026

Sono passati 48 anni dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in via Michelangelo Caetani, una ferita ancora profonda nella storia della nostra Repubblica.

Uomo delle istituzioni, cattolico impegnato, costruttore di dialogo, Moro ha attraversato il suo tempo senza sottrarsi alla complessità, cercando sempre strade di confronto, mediazione e convivenza democratica tra le parti.

La sua testimonianza di responsabilità e servizio al bene comune continua a interrogare anche il nostro presente.

03/04/2026

La Moldova sceglie l’Europa e lascia definitivamente la CSI, chiudendo con l’ambiguità post-sovietica. Una decisione politica chiara che mette al centro sovranità, sicurezza e collocazione europea. In un contesto segnato da aggressioni e violazioni dei confini, non esistono più zone grigie, o si sta dalla parte della libertà e dello Stato di diritto, o si resta ancorati a un sistema che li nega. Questa è una scelta di campo, netta, e riguarda tutta l’Europa.

30/03/2026

UN PENSIERO
Per iniziativa di Dario Franceschini e Pier Ferdinando Casini, si è tenuta ieri a Roma una “Reunion Amarcord” in occasione dei 50 anni dal Congresso democristiano che nella primavera del 1976 elesse Benigno Zaccagnini segretario della Dc in un clima rovente, dentro e fuori il partito.
Alcune cronache giornalistiche indulgono più sui canoni dell’auto celebrazione democristiana tout-court, piuttosto che sull’elemento di fondo che quel congresso rappresentò e che ha ancora un valore culturale oggi. E cioè la sintesi politica di una serie di filoni e di correnti di pensiero che esistevano, che andavano sotto la categoria di “sinistra democristiana” e che fino a quel momento non erano riuscite a darsi una soggettività tale da guidare il partito secondo una visione riformatrice, progressista e ispirata alla dottrina sociale cattolica secondo un’impronta di laicità.
Zaccagnini rappresentò questo, fondendo con la regia ineguagliabile di Aldo Moro le correnti della sinistra sociale (che nascendo da Pastore arrivavano a Donat Cattin), della sinistra politica (la Base di De Mita, Granelli, Marcora), dei morotei in una logica di alleanza con altre parti del partito.
Quelle caratteristiche di “confronto”, “dialogo”, “compromesso”, personalismo a cui si aggiungeva una ispirazione di politica economica che attraverso l’interventismo dello Stato puntava a correggere le ineguaglianze del mercato e sostenere politiche redistribuitive attraverso la programmazione, hanno forgiato intere classi dirigenti.
Come tutta l’esperienza della Prima Repubblica, anche la sinistra democristiana ha conosciuto la frammentazione. Molti di noi hanno seguito la filiera Dc-PPI-Margherita-PD. Alcuni, come chi scrive, hanno fatto in fondo a questo percorso altre scelte a seguito della torsione identitaria del Nazareno. Altri hanno preferito rimanere in quel contesto. Ma altri ancora spaziano in quasi tutti i partiti, da Fratelli d’Italia fino ad AVS. Le scelte individuali, del resto, sono tali e appartengono alla valutazione dei singoli.
Ma non si può negare che quella della sinistra democristiana è una cultura (uso volutamente il presente indicativo) che è sopravvissuta ai contenitori e agli involucri che l’hanno ospitata. Quell’idea di modernizzazione delle istituzioni come strumento di inveramento della democrazia e della libertà attraverso la partecipazione popolare, quell’idea di emancipazione delle masse più umili attraverso lo strumento del partito che affranca dalla solitudine e dall’isolamento, quell’idea che l’economia fosse al servizio della giustizia sociale e della persona attraverso la partecipazione attiva di chi lavora sono ancora pensieri di una freschezza e di una attualità quasi disarmante.
Pensieri, appunto. Una sera, a Nusco, ragionando di politica, Ciriaco De Mita mi disse: “Bisogna sempre avere un pensiero. Un partito che non ha un pensiero è un semplice aggregato di potere. Ma poi il potere passa, se non si pensa. E se si pensa, si costruiscono le soluzioni ai problemi. Questa è la politica”. Aveva ragione. E allora non avere disperso una cultura, avere un substrato sul quale elaborare un pensiero in grado di costruire una politica per l’oggi e il domani, è il grande insegnamento della sinistra democristiana.
Perché gli interlocutori cambiano, gli involucri evolvono, ma le idee vere rimangono.

27/03/2026

Camminava tra le strade di Firenze con un’andatura discreta, quasi fragile, come se non volesse disturbare il respiro della città. Eppure, dentro di lui ardeva una forza che pochi riuscivano a comprendere davvero: quella compassione profonda che non si limita a sentire, ma si trasforma in azione concreta, quotidiana, instancabile.

Erano gli anni ’50 e Firenze portava ancora addosso le cicatrici della guerra. Dietro la bellezza dei palazzi e dei ponti, si nascondeva una realtà dura: fabbriche che chiudevano, famiglie sfrattate, interi quartieri piegati dalla povertà lungo l’Arno. C’era fame, incertezza e dignità ferita.

Poi arrivò Giorgio La Pira.

Non entrò in scena come un uomo di potere, ma come uno tra gli uomini. Professore di diritto, animato da una fede autentica, divenne sindaco nel 1951. Ma non fu mai un sindaco nel senso tradizionale del termine. Non amministrava soltanto: si prendeva cura.

Ripeteva spesso che la città è una famiglia, e che nessuno doveva restare fuori dalla porta. E quelle parole non restavano sospese nell’aria: diventavano scelte, decisioni, battaglie.

Quando le fabbriche chiudevano e gli operai perdevano tutto, lui non restava dietro una scrivania. Andava tra loro, li ascoltava, li chiamava per nome. Si batté per riaprire luoghi di lavoro come il Pignone, coinvolgendo istituzioni e imprenditori, perché, per lui, il lavoro non era economia: era dignità.

Dove c’erano macerie, fece nascere case. Dove c’era solitudine, aprì mense e dormitori. Lottò contro gli sfratti con una determinazione che sfiorava l’ostinazione. E, quando le risorse non bastavano, bussava ovunque: ai ministeri, alla Chiesa, perfino oltre i confini, pur di trovare una soluzione.

La sua idea di politica era semplice e rivoluzionaria: servire, non comandare. Credeva che la giustizia e la ca**tà dovessero camminare insieme, che la pace e il pane fossero due bisogni inseparabili.

Nel 1955 fece qualcosa che sembrava impossibile: invitò a Firenze rappresentanti di nazioni divise, nemiche, lontane. Li fece sedere allo stesso tavolo, mentre il mondo si irrigidiva nei suoi contrasti. Lui, invece, costruiva ponti invisibili ma solidissimi.

Così Firenze divenne qualcosa di più di una città: diventò un messaggio.

Quando morì, nel 1977, non lasciò ricchezze. Lasciò un’eredità fatta di gesti, esempi e umanità viva. Era povero, ma immensamente ricco di ciò che conta davvero.

Anni dopo, la Chiesa riconobbe la grandezza delle sue virtù, avviando il cammino verso la beatificazione. Ma per molti, Giorgio La Pira era già qualcosa di raro: un uomo che aveva reso la politica un atto d’amore.

Le sue parole ancora oggi risuonano come un richiamo forte, quasi necessario: una città non può dirsi tale se anche uno solo dei suoi figli è senza pane o senza casa.

E forse è per questo che, ancora oggi, qualcuno si ferma davanti al suo vecchio studio e lascia un fiore.

Perché ci sono uomini che non governano.

Custodiscono.

Piccole Storie.

20/03/2026

Chi era De Gasperi? Rileggere, oltre ogni semplificazione e luogo comune, la figura di un Padre della Repubblica che continua a ispirare il nostro presente e a orientare le scelte del domani.

Martedì 24 marzo, dalle 17:00 alle 18:30, la Sala Conferenze della Fondazione De Gasperi a Roma ospiterà la presentazione della riedizione critica del volume “Alcide De Gasperi. Rivoluzione Riforme Libertà” di Igino Giordani.

I saluti di benvenuto saranno a cura della Dr.ssa Martina Bacigalupi, Direttrice della Fondazione De Gasperi, e dell'On. Giuseppe Fioroni, Vice Presidente dell'Istituto Toniolo. Nel corso della presentazione interverranno la Prof.ssa Marialuisa Sergio, Docente di Storia contemporanea all'Università degli Studi Roma Tre, e il Prof. Federico Mazzei, Professore associato di Storia Contemporanea alla LUMSA Università di Roma.

L'incontro sarà moderato dal Dott. Roberto Paglialonga, Giornalista dell'Osservatore Romano mentre le conclusioni saranno affidate al Prof. Alberto Gambino, Prorettore Vicario dell'Università degli Studi Europea di Roma. Saranno inoltre presenti i curatori del volume: il Dott. Lucio D'Ubaldo, giornalista pubblicista e saggista, e il Prof. Alberto Lo Presti, Professore associato di Storia delle dottrine politiche e di Filosofia Politica alla LUMSA Università di Roma.

L’incontro è aperto a tutti, previa registrazione tramite il link nel primo commento. Vi aspettiamo.

17/02/2026

Il 17 febbraio 1982 Maria Romana De Gasperi dava vita alla nostra Fondazione: non un ente astratto, ma una viva "comunità di destini”.

Oggi, a distanza di anni, sentiamo quella responsabilità più forte che mai. In un mondo incerto, in rapido cambiamento, continuiamo a promuovere i valori di Alcide De Gasperi: la centralità della persona, la democrazia come esercizio di libertà e l’Europa come orizzonte di pace.

Attraverso le iniziative pubbliche, lo studio e la formazione, ci impegniamo ogni giorno a trasformare l’eredità degasperiana in un antidoto contro l’indifferenza, uno strumento per comprendere il presente e agire per il futuro.

Grazie a chi, in questi anni, ha camminato con noi. Continuiamo a custodire la memoria e a costruire il domani, insieme.

10/02/2026

Il 10 febbraio ricordiamo le vittime delle Foibe e il dramma dell’esodo giuliano-dalmata, troppo a lungo dimenticati.

La complessa vicenda del confine orientale, a cui De Gasperi dedicò grande impegno ed energia, ricorda le conseguenze possibili del nazionalismo esasperato. La storia ci indica, però, anche la risposta più efficace: l'Europa, uno spazio condiviso di pace, libertà e democrazia dei popoli

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