21/06/2025
Da decenni, in molti Paesi poveri, milioni di persone – soprattutto bambini – vivono in condizioni disumane: soffrono la fame, non hanno accesso all’acqua potabile e si lavano con la pioggia. Questa tragedia non è casuale, ma nasce da un sistema economico globale profondamente ingiusto, in cui le risorse vengono saccheggiate per alimentare il nostro stile di vita comodo e abbondante: acqua potabile nei gabinetti, smartphone sempre nuovi, cibo che spesso buttiamo senza pensarci.
Ma siamo anche maestri di finto buonismo. Ci indigniamo di facciata, sventoliamo bandiere arcobaleno, ci definiamo 'pacifisti', protestiamo contro il riarmo e arriviamo persino a bruciare bandiere – contro la Nato, contro Israele – pur senza affrontare davvero il cuore del problema. Quello che sembra protesta è spesso tattica teatrale, mentre continuiamo a essere complici di un sistema che uccide: attraverso l’egoismo, l’ingordigia e la superficialità del nostro consumismo.
E parliamoci chiaro: non c'è nulla di nobile nel disarmarsi davanti a chi vuole annientarti. Il riarmo, se fatto per difesa, non è guerra: è legittima protezione. Se un aggressore è violento, usare la forza per difendersi non solo è giusto, è doveroso. Pacifismo non vuol dire sottomettersi. Non vuol dire restare fermi mentre un popolo viene bombardato o invaso. E allora che senso ha scendere in piazza con slogan contro la difesa, mentre chi attacca spara e avanza? La pace non si costruisce abbassando le armi di chi si difende, ma fermando le mani di chi aggredisce.
Questi ‘pacifisti’ urlano 'no alle armi!' ma vivono comodamente nella nostra ipocrisia: vogliono la pace senza i costi o le responsabilità che essa comporta. Anzi, il loro gesto–partecipazione sembra più un atto da vetrina: bruciare una bandiera come gesto simbolico, ma poi alimentare comunque politiche economiche che saccheggiano i Paesi più fragili, o appoggiare politiche che impoveriscono le classi più vulnerabili. Quanto c’è di autentico in quella protesta se esigiamo la pace ma non ce ne facciamo carico con azioni concrete?
Il vero dilemma è questo: ci sentiamo buoni quando protestiamo, ma restiamo complici quando consumiamo. Ci dichiariamo pacifisti quando bruciamo bandiere, ma ignoriamo la guerra silenziosa che il nostro benessere impone ogni giorno.
E il paradosso è che oggi si scende in piazza non per chi è stato aggredito, ma per chi aggredisce. Si urlano slogan a difesa di organizzazioni terroristiche, mentre si voltano le spalle a un popolo come quello ucraino che da anni combatte per la propria sopravvivenza e libertà. Mostriamo le bandierine della pace, ma le alziamo nel momento sbagliato e contro le persone sbagliate. È questo il vostro pacifismo?
È insopportabile questa ipocrisia che scambia la resa per giustizia e la complicità per umanità.