19/10/2026
Ci siamo sentiti in dovere di fare chiarezza su alcune posizioni che tant3 compagn3 che rispettiamo stanno assumendo. Lo abbiamo fatto rispondendo a questo post di Partito Comunista dei Lavoratori sopratrutto in relazione alle mobilitazioni dei sindacati confederali ed USB a Taranto.
"Leggiamo il vostro post sull'ex Ilva e ci tocca dire una cosa. Non si può fare finta che i lavoratori siano soltanto vittime, né che siano un blocco sacro e intoccabile. Gli operai non sono un totem. Sono soggetti politici, e come tali hanno responsabilità. Anche quelle che il vostro testo, tutto dedicato al "conto che pagano sempre loro" ci pare eviti di nominare.
Il conto non lo pagano solo loro!
Parlate di una falsa contrapposizione tra salute e lavoro. Siamo d'accordo che sia falsa, ma a Taranto per anni è stata costruita e alimentata, e a Taranto la parte più cruda del conto l'ha pagata un territorio intero attraverso morti, tumori, bambini ammalati nei quartieri sotto i parchi minerari. Quelle persone non sono un'astrazione ambientalista. Sono le stesse famiglie, spesso nella stessa casa, in cui c'è l'operaio e c'è il malato. Nemmeno la pesantissima frattura tra città e fabbrica è un'astrazione ma è nata da decisioni, da silenzi e da deleghe tutte dentro la fabbrica.
Per anni i decreti "salva Ilva" hanno imposto la gestione emergenziale. Stabilimento strategico, deroghe, scudi, rinvii. Una parte consistente dei lavoratori ha avallato quella linea, approvando tutto per alzata di mano nelle assemblee, affidandosi a burocrazie sindacali e a RSU sempre più separate dalla base e dal territorio. Si è delegato, e delegando si è accettato che la salute di una città fosse materia di trattativa tra ministeri, commissari e gestori. Non è una colpa morale individuale ma una responsabilità politica collettiva, e va detta. Chi dice che la responsabilità sia solo di governi e padroni, e che i lavoratori siano esenti per definizione, li tratta da minorenni.
Taranto ha avuto i morti e le malattie. Ha quindi il diritto, prima di tutti, di decidere quali azioni di lotta servano per pretendere bonifiche e riconversioni. Non ne ha il monopolio, ma ne ha la priorità, e nessuna "unità di classe" proclamata dall'alto può cancellarla. Un'unità che chiede alla città di tacere sul proprio avvelenamento non è unità.
Lo diciamo senza grandi giri di parole: le manifestazioni dei lavoratori Ilva sono state in larga parte eterodirette. La controprova è la smobilitazione immediata dopo l'accordo con la Regione. Un accordo farsa, pieno di cassa integrazione, licenziamenti incentivati, decarbonizzazione e idrogeno green sulla carta, mentre nei fatti si percepisce la voglia di continuare ad avvelenare con l'area a caldo e con le supercazzole. Se una piazza si svuota appena arriva una direttiva dall'alto, vuol dire che non era una piazza autonoma, ma una piazza convocata e congedata da altri.
Il vostro appello alla nazionalizzazione sotto controllo operaio ha una forza, ma resta scollegato da una domanda semplice. Controllo operaio per fare cosa, e con chi? Se i consigli operai parlano solo con sé stessi, riproducono la frattura. Servono assemblee popolari in cui lavoratori, cittadini, comitati, medici e tecnici decidano insieme come si smette di avvelenare, come si bonifica e come si riconverte, con un reddito e un lavoro garantiti a chi oggi sta in fabbrica. Riconversione partecipata, non gestione emergenziale; mutualismo e organizzazione dal basso, non tavoli ministeriali.
Non vogliamo opporre gli operai alla città, né ripetere lo schema "o il lavoro o la salute". Vogliamo dire che l'unità si costruisce riconoscendo errori, deleghe e responsabilità, non rimuovendoli. Finché gli operai verranno trattati come un totem da venerare e non come protagonisti che possono sbagliare, correggersi e decidere, la frattura con Taranto resterà aperta, e a pagarla continueranno a essere in tanti."
Collettivo Operaio Mo Avast! Bari
🚩EX ILVA. CONTRO CHIUSURE E DIVISIONI, SOLO L’UNITÀ DEI LAVORATORI PUÒ DIFENDERE LAVORO, SALARIO E DIRITTI✊🏼
Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale
Lo sciopero nazionale di 24 ore proclamato negli stabilimenti dell’ex Ilva rappresenta uno dei momenti più delicati della lunga e tormentata vertenza che da anni coinvolge migliaia di lavoratori della siderurgia italiana. Da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, gli operai hanno incrociato le braccia contro una prospettiva che appare sempre più drammatica: la fermata dell’area a caldo di Taranto, il rischio di una paralisi produttiva generale e l’assenza di garanzie concrete sul futuro occupazionale.
La mobilitazione è maturata dopo gli sviluppi giudiziari che hanno investito il principale stabilimento del gruppo e dopo l’annuncio delle conseguenze produttive derivanti dallo spegnimento degli impianti dell’area a caldo. La decisione dei giudici ha riacceso una discussione che attraversa da anni il Paese e che riguarda contemporaneamente lavoro, ambiente, salute pubblica e politica industriale. Tuttavia, ancora una volta, a pagare il prezzo delle scelte compiute da governi, proprietà private e amministrazioni straordinarie rischiano di essere i lavoratori.
La storia dell’ex Ilva è la storia di una delle più grandi concentrazioni operaie d’Europa. Per decenni migliaia di famiglie hanno vissuto direttamente o indirettamente grazie all’attività siderurgica. Attorno agli stabilimenti si sono sviluppati territori, attività economiche, servizi e professionalità. Eppure, negli anni, la questione industriale è stata affrontata attraverso una successione quasi infinita di commissariamenti, passaggi societari, promesse di rilancio, accordi mai realizzati e piani industriali rimasti sulla carta.
Ogni governo ha promesso una soluzione definitiva. Ogni nuovo soggetto imprenditoriale ha annunciato investimenti straordinari. Ogni tavolo istituzionale è stato presentato come il punto di svolta, ma il bilancio reale è sotto gli occhi di tutti: riduzione della produzione, crescente precarietà, utilizzo ripetuto degli ammortizzatori sociali e una continua incertezza sul futuro.
In questo contesto si inserisce la decisione relativa all’area a caldo di Taranto. La vicenda giudiziaria nasce da questioni che riguardano la tutela ambientale e sanitaria. Tuttavia, l’incapacità della politica e delle proprietà di affrontare per tempo i problemi strutturali ha determinato una situazione in cui gli effetti delle decisioni ricadono oggi direttamente sui lavoratori. Da un lato vi è il diritto alla salute delle popolazioni esposte all’inquinamento; dall’altro il diritto al lavoro di migliaia di persone. Una contrapposizione che il movimento operaio ha sempre denunciato come falsa e artificiale.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ha infatti sostenuto da sempre che non devono essere i lavoratori a scegliere tra la sopravvivenza economica e la tutela della salute. La responsabilità ricade invece su un sistema produttivo, il capitalismo, orientato esclusivamente al profitto e incapace di programmare gli investimenti necessari per garantire contemporaneamente occupazione, sicurezza e rispetto dell’ambiente.
Lo sciopero di questi ultimi giorni nasce proprio da questa consapevolezza. Migliaia di operai hanno rifiutato di accettare passivamente l’ennesimo piano fondato quasi esclusivamente sugli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione può rappresentare una tutela temporanea, ma non costituisce una prospettiva industriale. Un territorio non vive di sussidi permanenti. Un lavoratore non può considerare la sospensione dal lavoro una soluzione stabile.
Quando gli affari procedono bene, i profitti vengono incassati dai gruppi industriali e dagli investitori. Quando emergono le difficoltà, il conto viene presentato alla collettività e ai lavoratori. È un meccanismo che la storia del capitalismo ha riproposto innumerevoli volte e che anche la vicenda ex Ilva conferma.
La siderurgia, come del resto l’intera economia, non può essere lasciata alle oscillazioni del mercato, agli interessi finanziari o alle scelte di gruppi privati intenzionati a massimizzare i profitti. La questione centrale non è semplicemente salvare un’azienda, ma difendere migliaia di posti di lavoro e le condizioni di vita delle famiglie operaie.
Il PCL ha inoltre contestato la fiducia sistematicamente riposta nelle trattative istituzionali prive di un reale rapporto di forza costruito attraverso la mobilitazione. Nella tradizione del movimento operaio rivoluzionario, nessuna conquista è mai stata regalata. Ogni diritto è stato ottenuto attraverso l’organizzazione collettiva e la lotta.
Una critica particolare viene rivolta anche all’immobilismo che troppo spesso ha caratterizzato le direzioni sindacali nazionali. Molte volte le mobilitazioni si sono limitate a proteste episodiche, mentre la situazione industriale continuava a deteriorarsi. L’attesa di soluzioni provenienti dai tavoli ministeriali ha finito per sostituire la costruzione di un vasto movimento di massa capace di coinvolgere stabilmente lavoratori, territori e comunità locali.
L’attuale sciopero mostra invece un elemento di grande importanza: la dimensione nazionale della vertenza. Gli operai hanno compreso che il destino di Taranto non può essere separato da quello degli stabilimenti del Nord. Da qui nasce la netta opposizione all’idea, emersa nel dibattito pubblico, secondo cui sarebbe possibile salvare esclusivamente alcuni siti produttivi sacrificandone altri.
Questa impostazione viene respinta come profondamente sbagliata. Chi propone di salvare Genova o Novi Ligure accettando la chiusura di Taranto introduce una divisione che finisce per indebolire l’intero fronte dei lavoratori. La storia insegna che quando una parte della classe lavoratrice viene sconfitta, quella sconfitta crea un precedente che colpisce tutti. Oggi si chiude uno stabilimento nel Mezzogiorno, domani se ne ridimensiona uno nel Nord, dopodomani si procede con ulteriori tagli. La logica è sempre la stessa.
Per questo la parola d’ordine centrale deve restare quella dell’unità. Unità tra lavoratori diretti e indotto. Unità tra operai del Nord e del Sud. Unità tra giovani e anziani. Unità tra occupati e cassintegrati. Solo una risposta comune può impedire che la crisi venga scaricata sui settori più deboli della classe lavoratrice.
Lo slogan “solo uniti si vince” non rappresenta soltanto una formula propagandistica. Esso sintetizza una verità storica verificata da decenni di lotte operaie. Le grandi conquiste del Novecento, dalle tutele sindacali ai contratti nazionali fino ai diritti sociali, non furono ottenute attraverso la competizione tra territori ma attraverso la solidarietà di classe.
Una soluzione all’altezza della situazione dovrebbe garantire simultaneamente la tutela della salute, le bonifiche necessarie, gli investimenti tecnologici e la salvaguardia dei livelli occupazionali. Scaricare il peso della transizione ecologica sui lavoratori significherebbe riprodurre un’ingiustizia sociale inaccettabile.
Le manifestazioni, i presidi e i cortei che hanno accompagnato lo sciopero esprimono dunque una richiesta precisa: il rifiuto di qualsiasi piano che si limiti a gestire la crisi senza affrontarne le cause strutturali. I lavoratori chiedono prospettive reali e non misure temporanee. Chiedono certezze e non promesse. Chiedono investimenti e non semplici ammortizzatori sociali.
La conclusione non può che essere una: né i padroni, né i governi, né le istituzioni, che per anni hanno rinviato ogni scelta decisiva, possono rappresentare la soluzione del problema. La forza decisiva resta quella dei lavoratori organizzati. Soltanto la mobilitazione unitaria, cosciente e determinata può impedire che il prezzo della crisi venga pagato dagli operai.
Come Partito Comunista dei Lavoratori chiediamo infatti la nazionalizzazione, senza indennizzo per la proprietà, di tutti stabilimenti ex Ilva sotto il controllo e la gestione di consigli operai, autonomamente costituitesi. Chiediamo uno sciopero a oltranza che si saldi a tutte le altre vertenze in corso in Italia per dare risposte certe in tema di occupazione, salari e diritti.
È necessario che le lotte riprendano, che lo scontro di classe si faccia più aspro e torni a levarsi la parole d’ordine di costruire un’alternativa di società che soppianti finalmente il capitalismo.