Meetup Amici di Beppe Grillo Grenoble

Meetup Amici di Beppe Grillo Grenoble Parteciperemo agli incontri con gli altri meetup europei (Parigi, Londra, Zurigo, Barcellona, Losanna, Glasgow e molti altri) e con i meetup italiani.

Si prefigge come obiettivo quello di far incontrare gli italiani residenti all'estero allo scopo di discutere insieme delle problematiche nostre, del nostro Paese e noi cittadini europei in generale. Il Meetup è un punto d'incontro per tutti gli italiani e non, residenti a Grenoble e dintorni, che desiderano conoscere meglio il Movimento 5 Stelle Europa, sostenerlo, farne parte. E' il luogo dove d

iscuteremo di ambiente, energie rinnovabili, acqua, democrazia diretta e partecipativa, rifiuti zero, trasporti, legalità, cittadinanza attiva. L'intento è anche quello di sostenere e sviluppare l'idea fondamentale del Movimento 5 Stelle: "Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico nè si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi".

12/10/2020

Siamo un popolo di ignoranti a quanto pare

Intervista a Nando Pagnoncelli sul Fatto Quotidiano di oggi

“Se mi chiama sondaggista metto mano alla pistola”.

Nando Pagnoncelli fa ricerca e analisi dell’opinione pubblica e da tempo ci spiega, misurando la pressione degli elettori, quanto gli italiani siano meno furbi di quanto crediamo e molto più ignoranti di ciò che penseremmo.

La maggioranza assoluta di chi va a votare (il 54 per cento del totale) ha una istruzione che raggiunge al massimo il titolo di terza media. E di questa bella metà il venti per cento non ha nessun titolo di studio.

Neanche la quinta elementare?

Nessuno.

Una parte anche cospicua di coloro che votano centrodestra – secondo la sua ultima stima – ritiene che Conte sia il miglior presidente del Consiglio possibile? È grande la confusione sotto questo cielo.

Invece no. Il giudizio sul governo e su questo premier attiene al modo in cui sta gestendo questa pandemia. C’è consapevolezza che sia un grande guaio e che lui stia facendo il meglio possibile.

Sta facendo il meglio possibile, però una porzione anche robusta dei sostenitori poi vota i partiti che accusano Conte di fare il peggio possibile.

Perché distinguono la politica dalle istituzioni. Separano la passione personale dalla valutazione fredda della realtà. E infatti non c’è altra spiegazione se prendiamo in esame la percentuale di coloro che danno un giudizio positivo (63%).

A me sembrano semplicemente scollegati dalla realtà.

Praticano la contraddizione. Che è anche il frutto di una conoscenza approssimata, di una formazione culturale che per molti si è fermata ai livelli più bassi e che per troppi non è manco iniziata a scuola.

Gli elettori sono canne al vento.

È certo che subiscono il “contagio” televisivo principalmente. La notizia di un minuto che passa al tg della sera, magari sostenuta da immagini di repertorio.

Se ascoltano un servizio sui migranti che manda in onda le immagini di un vecchio barcone colmo di corpi disperati crederanno all’invasione permanente.

Esatto. Se quell’immagine di repertorio è mandata e rimandata, il repertorio sarà l’attualità. Il passato diverrà il presente e anche il futuro. Infatti nel 2014 fu misurata l’esatta distanza tra la percezione e la realtà. Fu chiesto agli italiani quanti stranieri fossero in Italia. Risposero che almeno il 30 per cento della popolazione non era nativa (e in un’altra indagine risultò che i clandestini, secondo la percezione popolare, fossero poco meno della metà di tutti i migranti!). Il dato reale di chi è giunto da noi e qui risiede si ferma all’otto per cento del totale. E i disoccupati? La metà degli italiani, secondo gli intervistati, sarebbe senza lavoro (il 48 per cento per la precisione) a fronte della realtà che fissava a quel tempo la disoccupazione al 10 per cento. E gli anziani sarebbero addirittura il 49 per cento (il dato reale situa invece la terza età al 22 per cento).

Appare ciò che non è.

La paura è un sentimento prevalente. L’allarme sociale è la turbina, il propulsore di ogni azione. Poi l’età avanzata, la bassa istruzione e il canale televisivo monotematico (telegiornale delle venti in prevalenza) come fonte principale dell’informazione, accrescono una dimensione alterata di quel che esiste e si dovrebbe fare.

Internet non ha prodotto scossoni?

Non allarga il pensiero tra opposti ma tende a chiudere il confronto nelle rispettive case comuni.

Parlo solo con chi la pensa come me.

Esatto.

Così irrobustisco la convinzione di essere nel giusto. E magari invoco riforme, cambi di rotta.

Altro che! A patto però che non incidano sulla mia condizione.

Rivoluzionari col portafogli degli altri.

Su questo non c’è discussione.

19/09/2020

Vota SI al referendum !

Zagrebelsky smonta le ragioni del NO:

sabato 19/09/2020
REFERENDUM - LA “LEZIONE” DEL GIURISTA
“Ecco perché molte ragioni del No non stanno in piedi”
L’INTERVISTA A GUSTAVO ZAGREBELSKY. IL PROFESSORE “DOPO LA RIDUZIONE DEI SEGGI COSA VIETA DI METTERE MANO AL BICAMERALISMO PARITARIO DIFFERENZIANDONE LE FUNZIONI?”

di Silvia Truzzi

Il 23 agosto su Repubblica, Gustavo Zagrebelsky ha concluso così un suo articolo sul referendum: “Alla fine si deciderà per ragioni che hanno poco a che fare con quelle propriamente costituzionali: fare un favore a questo o un dispetto a quello; rafforzare un partito rispetto ad altri; consolidare la maggioranza o indebolirla; mettere in difficoltà una dirigenza di partito per indurla a cambiare rotta e, magari, a cambiare governo o formula di governo”.

Ma sono motivi sensati per votare Sì o No a una riforma, per quanto piccola e puntuale, della Costituzione?

“Ha ragione nel dire che siamo chiamati a votare su una questione specifica, non su altre. I cittadini devono sentirsi liberi di votare indipendentemente dalle indicazioni e dalle prospettive politiche dei partiti. I referendum, abrogativi o costituzionali che siano, sono fatti per questo. Non sono elezioni. Per come si sono messe le cose in questa occasione, ma anche nelle due precedenti, sembra invece che si sia chiamati a votare la fiducia ai promotori o agli oppositori. Il voto sembra interessare non la modifica costituzionale, ma le prospettive politiche, che oltretutto sono nelle mani di un futuro d’incertezze. Per sgonfiare le speculazioni politiche sul voto referendario e restituirgli il suo significato di atto di libertà non pregiudicato dai giochi di partito, ci sarebbe stato un modo semplicissimo: dire fin dall’inizio che l’esito del referendum non avrebbe avuto alcuna conseguenza sulla vita del governo”.

Professore, come spiega il cambio di rotta di molti parlamentari? La riforma è stata votata, in ultima lettura, con una maggioranza bulgara. I cittadini possono avere fiducia in persone che cambiano opinione tanto facilmente?

La coerenza e la connessa fiducia non albergano nelle stanze della politica. Valgono le convenienze e le tattiche, cioè i calcoli secondo le mutevoli circostanze. In politica, fidarsi è forse bene, ma non fidarsi è certamente meglio. Per questo, è bene non farsi mettere nel sacco.

Ad esempio?

Il “taglio” dei parlamentari sarebbe malfatto perché “lineare”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Premesso che non mi piace sentire il linguaggio triviale di chi parla di tagli di poltrone, mi vien da dire: meglio forse un taglio cubico o sferico?

Parliamo di cose serie. È vero che con meno deputati e senatori ci sarà un vulnus di rappresentanza?

Riducendo i numeri, si alza implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare. Ciò crea difficoltà per i piccoli partiti e porta con sé un effetto maggioritario. Questo è un argomento serio, ma non necessariamente a favore del No. Dipende da quel che si pensa in tema di rappresentanza politica. I piccoli e piccolissimi partiti sono un bene o un male per la democrazia? Non abbiamo detto negli ultimi lustri che sono una complicazione e che meglio sarebbe la semplificazione? Semplificare non vuol dire annullare, ma promuovere confluenze e concentrazioni in gruppi più vasti con i quali esistano affinità.

C’è poi un argomento, sostenuto dal fronte del No, che bisogna chiarire: la rappresentanza dei territori.

I deputati e i senatori non sono i rappresentanti dei territori. Questa idea è una reminiscenza d’un tempo antico, l’Antico Regime. Lei ricorda certamente che cosa era la rappresentanza agli Stati generali riuniti a Versailles nel 1789. Se insistiamo sulla rappresentanza dei “territori” (qualunque cosa questa parola suggestiva voglia dire), ritorniamo a una concezione pre-democratica e corporativa, ai cahiers de doléance e ai baillages, le circoscrizioni feudali amministrative e giudiziarie nelle mani dei “balivi” o – come disse un tempo Massimo D’Alema – dei “cacicchi” locali. La rappresentanza territoriale significa oggi soprattutto favorire i faccendieri locali che dispongono di pacchetti di voti clientelari, i lobbisti che intrallazzano a Roma.

I territori e le loro esigenze non hanno da avere rappresentanza?

Al contrario. Ma devono esprimersi politicamente. Sottolineo: politicamente. I deputati e i senatori “rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato”. Non lo dice solo la Costituzione, ma lo dice la concezione moderna della politica come cura di interessi generali. Per esempio, lei sa che se si ha “sul territorio” il proprio rappresentante nella politica centrale (parlamentare, ministro, sotto-ministro, ecc.) è facile farsi costruire la strada o l’autostrada che interessa in loco (pensi all’autostrada Voltri-Gattico-Sempione), oppure promuovere l’assunzione di schiere di dipendenti nelle amministrazioni locali (pensi ai postini in Abruzzo, regno d’un famoso ministro delle Poste). Questo è caciccato. Diversa è la gestione dei trasporti o dell’impiego pubblico all’interno di una visione generale nella quale anche le esigenze locali possono trovare il loro giusto spazio. Questa è la rappresentanza politica.

Lorenza Carlassare ha scritto che la legge elettorale ideale è fatta così: proporzionale con soglia di sbarramento non superiore al 3% senza liste bloccate e pluri-candidature. Ma poi che fine fa la governabilità?

La governabilità – parola truffaldina: ne abbiamo parlato più volte – dipende dalla struttura del sistema politico, molto meno dal sistema elettorale. Ne abbiamo avuto la riprova pratica con le riforme degli anni 90 che miravano, per l’appunto, a costruire solide maggioranze di governo come effetto di leggi elettorali. È andata così?

Quindi la legge elettorale ha poca importanza?

Nient’affatto. Ne ha poca per la governabilità, ma ne ha molta per altri importanti aspetti. Come tutte le leggi, anche questa deve ispirarsi a un qualche concetto di giustizia, di giustizia elettorale. Mescolare elementi contraddittori, un po’ di proporzionale e un po’ di maggioritario, liste e candidature singole, liste bloccate e preferenze, voto congiunto e disgiunto, eccetera, può incontrare l’interesse di questo o quel partito, ma non degli elettori che alla fine non ne capiscono più nulla. Lo stesso Parlamento risulta un guazzabuglio di legittimazioni diverse. Insomma: il primo requisito d’una buona legge elettorale è la chiarezza nella quale l’elettore possa ritrovarsi facilmente.

E dell’idea della professoressa Carlassare?

Francamente, tra proporzionale e uninominale a doppio turno, sono incerto. Di primo acchito, sarei per la proporzionale con qualche ragionevole sbarramento. Di secondo acchito, mi rendo conto dei pregi, ma anche dei difetti delle liste con preferenze. Insomma, sospendo il giudizio. L’unica cosa è che, una volta scelta la legge elettorale, non la si modifichi tutti i momenti, secondo le occorrenze e le convenienze.

Si discute molto sul modo di migliorare la qualità della rappresentanza.

È il grande tema che dovrebbe occupare il dibattito pubblico, infinitamente più importante della quantità della rappresentanza. Bisognerebbe incominciare con l’abbandono della falsa visione della democrazia di coloro che dicono: siccome siamo un Paese intaccato dalla corruzione, non possiamo stupirci che anche la corruzione venga rappresentata in Parlamento, sulla base dell’assunto che le Camere sono lo specchio del Paese. Una posizione smaccatamente giustificazionista del peggio. Nella vecchia tradizione costituzionale, si diceva che il Parlamento dovrebbe rappresentare il meglio del Paese. Se è il contrario, possiamo stupirci del discredito dell’istituzione parlamentare, discredito diffuso non solo tra gli antiparlamentaristi per principio, ma anche tra tante persone, diciamo così, “perbene” democraticamente parlando.

Secondo alcuni è grave che non siano state contestualmente corrette le maggioranze per l’elezione del presidente della Repubblica: così, dicono, i delegati delle Regioni peseranno troppo (passano dal 6 al 10 per cento circa).

L’aumento del peso dei delegati delle Regioni è semplicemente un effetto indotto della riforma. Non mi pare un aspetto di chissà quale importanza. Nell’elezione del presidente della Repubblica i delegati regionali hanno sempre svolto un ruolo trascurabile. Ciò che conta è l’appartenenza partitica, che non fa differenza, che si sia parlamentari o delegati dei consigli regionali. Piuttosto, c’è un aspetto politico, in presenza di un’avanzata della destra nelle regioni. Questa avanzata può attribuire un peso maggiore a quei partiti nell’elezione presidenziale. Ma è questione tutta politica, non costituzionale.

Un altro grande argomento a sostegno del No è che ad accompagnare questa piccola modifica non ci sia una grande riforma, a iniziare dal bicameralismo paritario. Che ne pensa?

Non si era detto, dopo la débâcle delle due gradi riforme del 2006 e del 2016, “d’ora in poi solo modifiche puntuali della Costituzione”? E comunque: siamo di fronte all’ennesimo argomento specioso. Mi spiego: tutti i precedenti progetti di revisione della forma di governo prevedevano una riduzione del numero dei parlamentari. Ma se si procede per ora su questo punto, che cosa vieta che, dopo, si metta mano al bicameralismo paritario? Il meno, che è già qualcosa, impedisce un più. Dove sta la logica?

Lei è favorevole a ritoccare il bicameralismo, vero?

Sono favorevole al mantenimento di due Camere, differenziate per composizione, procedure e funzioni. Naturalmente non a quel pasticcio, che è stato sventato con il referendum di quattro anni fa. L’ho anche scritto, con proposte che si sono perdute in un bailamme.

Con il Sì verrà rafforzato l’esecutivo a discapito del Parlamento?

E perché mai?

Alcuni sostengono che la scelta del Sì rafforza i sentimenti, perniciosi, dell’antipolitica.

Anche questa obiezione mi pare una sciocchezza. Se i sentimenti antipolitici e antiparlamentari ci sono – e ci sono – non è che la prevalenza del Sì li rafforzerebbe. Semplicemente a loro darebbe espressione e costringerebbe i partiti a prenderne atto e ad agire di conseguenza per neutralizzare i fattori che l’antipolitica alimenta e che, assai spesso, dipendono da loro. Il referendum è semplicemente una conta numerica che serve a dare l’immagine di ciò che c’è nella nostra società. Far finta di niente, come per anni s’è fatto, è solo politica dello struzzo. Non è che con il No quei sentimenti si indebolirebbero. Semmai, il contrario. Poi, è chiaro che una netta vittoria del Sì con il Movimento 5 stelle che da solo si è mobilitato per quel risultato giustificherebbe che se la intestasse come un proprio successo politico. Insomma, paradossalmente il No di chi vuol dare una lezione al Movimento 5 Stelle rischia di provocare un effetto boomerang: noi soli contro tanti, direbbero, l’abbiamo voluta e abbiamo vinto.

Ma quindi lei alla fine come voterà?

Secondo lei?

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Da leggere prima di andare a votare per il referendum :
13/09/2020

Da leggere prima di andare a votare per il referendum :

di Torquato Cardilli - Giornalmente, e più volte nell'arco delle 24 ore, sulle reti Rai, viene diffuso, quasi in modo ossessivo, uno spot sulle modalità di voto nel referendum che si avvicina, ac

08/09/2020

Esiste un Salvini che scrive cose sensate :

martedì 08/09/2020
STIPENDI - RIMBORSI - VITALIZI
Parlamento italiano il più caro d’Europa
di Giacomo Salvini

Stipendi, rimborsi, diarie, pensioni, ex vitalizi, contributi ai gruppi, spese per la manutenzione e per la produzione di carta tra leggi, dossier ed emendamenti. E chi più ne ha più ne metta. Quando si parla del Parlamento italiano, bisogna immaginare un grande moloch che pesa per 1,6 miliardi all’anno sulle casse dello Stato: come il fatturato di Ikea Italia o quanto i soldi messi dalla Banca Europea degli Investimenti per la sanità italiana durante l’emergenza Covid.

Eppure, tra i sostenitori del No al referendum sul taglio dei parlamentari del 20-21 settembre, una delle principali argomentazioni è proprio questa: “Si risparmia poco, il prezzo di un caffè ogni anno”, ha detto l’ex commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli, in un’intervista a Repubblica. Problema: il calcolo viene fatto rapportando i risparmi – per Cottarelli sono 57 milioni l’anno, per Roberto Perotti 100 – alla spesa pubblica italiana annua. Ergo: lo 0,007%. Ma non se ne capisce la ragione: il risparmio derivante dal taglio di 345 parlamentari (230 deputati e 115 senatori) va rapportato al costo annuo del Parlamento e non alla spesa pubblica italiana. In base a questo calcolo, e prendendo per buona la stima del professor Perotti della Bocconi, con il Sì la percentuale del risparmio aumenterebbe di molto: non più 0,007% ma il 6% del costo annuo del Parlamento italiano. “Sempre meglio che zero”, sostiene il professor Roberto Perotti dell’Università Bocconi. Non solo: comparando i costi di Camera e Senato con quelli degli altri legislativi in Europa e nel mondo, il nostro Paese è in cima alla classifica dei Parlamenti più costosi.

Noi e l’Ue.Il costo del Parlamento italiano si ricava dal Bilancio di previsione del 2019 di Camera e Senato: in base a questi dati, la Camera costa 970 milioni mentre il Senato 550 per un totale di circa 1,5 miliardi. Il bilancio di Montecitorio si divide tra i 538 milioni di “spese correnti di funzionamento” e 413 di spese previdenziali (pensioni per ex deputati ed ex dipendenti). Agli italiani la Camera costa 145 milioni di euro, tra indennità (81 milioni) e rimborsi spese dei parlamentari in carica (64 milioni). Facendo un paragone solo tra le Camere basse degli altri Paesi europei (ovvero le uniche elettive e che votano la fiducia al governo) l’Italia risulta di gran lunga in cima alla classifica: la Camera dei deputati, con i suoi 970 milioni, costa a ogni italiano 16,2 euro all’anno. Al secondo posto tra le grandi democrazie europee c’è la Germania: il Bundestag, l’unica Camera elettiva, quest’anno ha raggiunto un costo simile al Parlamento italiano (970 milioni) ma con più rappresentanti (709) e una popolazione maggiore, 70 milioni di abitanti. Il Bundestag quindi costa a ogni tedesco 14,1 euro all’anno. Molto staccate le Camere basse degli altri Paesi europei: l’Assemblea Nazionale francese, con i suoi 577 deputati, costa 570 milioni l’anno (7,7 euro per ogni cittadino), la House of Commons britannica 650 milioni (3,74 euro) per 650 membri e il Congreso de los diputados spagnolo solo 85 milioni (1,8 euro) per i suoi 350 membri. Un decimo dell’Italia. Se allarghiamo il confronto ai Paesi extraeuropei, la House of Representatives degli Stati Uniti, composta da 435 deputati, costa 1.291 miliardi di dollari ogni anno, ma la popolazione americana è cinque volte quella italiana: ogni anno la Camera costa 3,4 dollari ai cittadini americani.

In base ai calcoli di Roberto Perotti, il Sì al taglio porterebbe a un risparmio di circa 100 milioni all’anno tra Camera e Senato e di circa mezzo miliardo a legislatura. Non proprio bruscolini.

Perotti individua anche le voci specifiche: il taglio di 345 parlamentari permetterà di risparmiare 22 milioni di indennità, 35 milioni di rimborsi spese, diaria e assistenti personali e altri 20 milioni per vitalizi e doppia pensione. Così si arriva a circa 80 milioni, 20 in più rispetto ai 57 stimati da Cottarelli. Ma secondo Perotti a questi 80 milioni ne vanno aggiunti altri 20 tra i costi delle due Camere che variano a seconda della composizione: la manutenzione, le pulizie dei locali, la produzione di carta e così via. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e “padrino” della riforma, Riccardo Fraccaro, alla festa del Fatto ha spiegato che in realtà il risparmio di mezzo miliardo a legislatura è sottostimato: “Questa è una buona riforma indipendentemente dal risparmio. Chi è in Parlamento sa che, oltre ai costi di indennità e rimborsi, le due Camere spendono anche per la consistenza dei gruppi parlamentari e per i servizi”.

stipendi più alti.Non solo il taglio del numero dei parlamentari. Molti fautori del No sostengono che, invece di ridurre i rappresentanti, si poteva risparmiare tagliando gli stipendi dei parlamentari. Ed è proprio su questo punto che Luigi Di Maio, ex capo politico del M5S, sta facendo campagna per il Sì: “Dal 22 settembre proporrò una legge sul taglio degli stipendi”. E non sarà facile visto che, secondo uno studio dell’Independent parliamenty standards authority (Ipsa) del 2016, i parlamentari italiani sono quelli che guadagnano di più al mondo: ogni anno lo stipendio di un deputato o senatore è di 134.360 euro, contro i 127.800 dei rappresentanti americani, 88.030 dei tedeschi, 74.005 dei britannici, 57.809 dei francesi e 32.289 degli spagnoli. La Camera specifica che il confronto tra gli importi lordi è “difficile” perché questi paesi hanno “regimi fiscale e previdenziali non sempre pienamente confrontabili”. Ma il dato resta: su dodici Paesi la media degli stipendi è di 82.918 euro e l’Italia la supera del 45%.

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06/09/2020

Un grande Marco Travaglio come sempre prende in giro la ridicola stampa italiana:

29/08/2020

Vota si al referendum sulla riduzione dei parlamentari perché :

sabato 29/08/2020
REFERENDUM
Crisi di rappresentanza? L’Italia resterà prima in Ue
COSA SUCCEDE CON IL “SÌ”

di Giacomo Salvini

“Se si vuole fare una comparazione tra i parlamentari nelle democrazie europee non si possono mischiare le pere con le mele”. Parola di Stefano Ceccanti che prima di essere deputato del Pd e sostenitore del “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa. E da costituzionalista Ceccanti sostiene che il dossier di Camera e Senato secondo cui, se passasse il taglio dei parlamentari, l’Italia diventerebbe il fanalino di coda in Europa nel rapporto tra eletti ed elettori sia fuorviante.

Ricapitoliamo. Giovedì il Quotidiano Nazionale e ieri Repubblica hanno dedicato spazio a un dossier “riservato” del 19 agosto dell’ufficio studi di Camera e Senato riportando una tabella che compara i deputati eletti nelle Camere basse di tutti i 28 Stati membri dell’Unione Europea, calcolando un coefficiente preciso: il numero di deputati di ogni paese per 100.000 abitanti. Secondo questa tabella, oggi l’Italia sarebbe quintultima con 1 deputato ogni 100.000 abitanti mentre, se dovesse passare il taglio dei parlamentari, scenderebbe all’ultimo posto con 0,7 eletti ogni 100.000 elettori. Quanto basta per far affermare al Qn, primo giornale a riportare la notizia, che “il taglio dei parlamentari è inutile: l’Italia ne ha già meno degli altri paesi Ue”. Completa ieri Repubblica che mostra la tabella integrale: “Referendum, con il sì Italia ultima nella Ue per rappresentanza” è il titolo di pagina 6. Peccato che, come hanno sottolineato ieri diversi costituzionalisti tra cui Ceccanti, il professor Francesco Clementi dell’Università di Perugia e Carlo Fusaro dell’Università di Firenze, dietro al dossier ci siano due errori di metodo: “In primo luogo – spiega Ceccanti – vanno comparati gli Stati di uguale dimensione di scala. Per esempio non si può comparare l’Italia con Malta perché è ovvio che quel paese abbia un rapporto basso elettori/eletti ma questo perché un’assemblea deve avere comunque un numero minimo di eletti”. Il secondo motivo è ancora più importante: “La comparazione può avvenire solo tra rappresentanti che sono eletti allo stesso modo e che svolgono la stessa funzione”. Ergo: deputati e senatori italiani con quelli del Bundestag tedesco, dell’Assemblea Nazionale francese, della Camera dei Comuni inglese e della Camera sp****la.

Per queste due ragionila comparazione può avvenire solo tra paesi simili in termini di popolazione (e non per esempio con il Portogallo che ha gli stessi abitanti della Lombardia): quindi Italia, Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. Non solo: l’errore metodologico in cui sono incappati i due quotidiani è che per l’Italia vanno presi in considerazione i 945 parlamentari odierni (e non solo i 630 della Camera) e i 600 dopo la riforma (e non solo i 400 deputati) perché nel nostro paese deputati e senatori sono eletti direttamente e danno entrambi la fiducia al governo. Con questi nuovi dati si può notare che oggi l’Italia ha il più alto rapporto tra parlamentari e cittadini tra gli altri quattro paesi europei più grandi (1,6 ogni 100.000 abitanti) e che dopo la riforma non diventerà l’ultima ma sarà ancora al primo posto insieme al Regno Unito: 1 parlamentare ogni 100.000 abitanti. Più bassa la rappresentanza in Germania, Francia (0,9) e Spagna (0,8). Insomma, il “sì” al taglio dei parlamentari non porterà alcun vulnus di rappresentanza ma, come sostengono molti costituzionalisti, ci farà allineare alle più grandi democrazie europee.

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Al referendum sulla riduzione dei parlamentari vota SÌ perché :
24/08/2020

Al referendum sulla riduzione dei parlamentari vota SÌ perché :

Oggi ricorre il ventesimo anniversario dalla morte di Nilde Iotti. In questo video un momento della sua partecipazione ad uno dei salotti televisivi più noti in...

20/08/2020

Al referendum vota SÌ perché :

giovedì 20/08/2020
Taglio, perché Sì
di Marco Travaglio
Caro Grandi, avendoti conosciuto nelle battaglie in difesa della Costituzione quand’era davvero minacciata, non posso credere che questo coacervo di luoghi comuni apodittici, contraddittori, in parte anche falsi sia roba tua. Ma provo a spiegare, con dati certi e argomenti dimostrabili, perché dicevo e dico Sì al taglio dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200).

1. Combattendo le controriforme di B. e di Renzi, abbiamo sempre detto che la Costituzione non si stravolge per metà o un terzo. Meglio aggiornarla con aggiustamenti chirurgici, nello spirito dell’art.138. Se Renzi si fosse limitato a tagliare i parlamentari (tutti, non solo i senatori) e il Cnel, avrebbe stravinto il referendum anche col mio voto, anzi nessuno si sarebbe sognato di scomodare gli elettori per un esito scontato.

2. Il “populismo” non c’entra nulla con questa riforma, invocata da molti, specie a sinistra, da oltre 40 anni: simile a quella della commissione Bozzi (1983), identica a quella della bicamerale Iotti-De Mita (‘93), in linea col programma dell’Ulivo (‘96). Il fatto che l’abbiano portata a casa i 5Stelle, con la stragrande maggioranza delle Camere, trasforma in populisti pure Prodi, De Mita, Bozzi e la Iotti? La scena mai vista di un Parlamento che si autoriduce contro gli interessi dei suoi membri e fa risparmiare allo Stato 80-100 milioni all’anno (quasi mezzo miliardo a legislatura) è l’esatto opposto dell’opportunismo. E il miglior antidoto all’anti-parlamentarismo: i cittadini, chiamati da anni a fare sacrifici, apprezzeranno un’istituzione che dà finalmente il buon esempio in casa propria.

3. La Carta dei padri costituenti ci azzecca poco con l’attuale numero dei parlamentari, deciso non nel 1948, ma nel ‘63: allora il potere legislativo era esclusiva del Parlamento, oggi molte leggi sono dell’Ue e delle Regioni. Infatti anche altrove, da Londra a Parigi, si progetta di ridurre gli eletti.

4. È vero: il Parlamento è stato trasformato dalle ultime tre leggi elettorali e da troppi decreti e fiducie in un’assemblea di yesman (peraltro volontari).
Ma non dipende dal loro numero: se non cambiano la legge elettorale e i regolamenti, resteranno yesman sia in 945 sia in 600. Anzi, il taglio impone una nuova legge elettorale che, si spera, cancellerà la vergogna delle liste bloccate e ridarà potere, dignità e autorevolezza ai singoli parlamentari. Più rappresentativi, riconoscibili, responsabilizzati e un po’ meno inclini a votare Ruby nipote di Mubarak o a chiedere il bonus-povertà.

5. Ridurre i parlamentari – come ha deciso 4 volte il Parlamento, non i suoi nemici, con maggioranze oceaniche (all’ultima lettura 553 Sì, 14 No e 2 astenuti) – non implica affatto il “superamento del Parlamento” (che certo non vuole il M5S, essendovi il gruppo più numeroso) né il “presidenzialismo” (che vuole solo Salvini, isolato da tutti gli altri, inclusa FI). Ma proprio un “rilancio del Parlamento” che, diventando meno pletorico, sarà più credibile, efficiente e funzionale perché composto da eletti meno indistinti e dunque più forti, autonomi e autorevoli. Difendere un’assemblea-monstre di quasi mille persone, di cui un terzo diserta una votazione su tre, due terzi non ricoprono alcun ruolo e solo il 10% assomma più di un incarico, è ridicolo.

6. È falso che la riforma faccia dell’Italia il Paese con meno eletti in rapporti agli elettori. L’unica altra democrazia a bicameralismo paritario ed elettivo sono gli Usa: hanno il sestuplo dei nostri abitanti e un Congresso con 535 fra deputati e senatori (65 meno del nostro Parlamento post-taglio), che mai si sono sentiti deboli perché pochi, anzi. Sulle altre democrazie, il confronto va fatto solo con le Camere basse elette direttamente: Camera dei Comuni britannica (630 eletti contro i nostri 600, ma con 6 milioni di abitanti in più); Bundestag tedesco (709, ma con 20 milioni in più); Assemblée Nationale francese (577, ma con 7 milioni in più). Dopo il taglio l’Italia avrebbe 1 parlamentare ogni 85 mila elettori, contro una media di 1 su 190 mila delle democrazie con più di 30milioni di abitanti.

7. Dire che il taglio “renderà difficile funzionamento e ruolo” delle Camere è un nonsense: l’efficienza di un’assemblea è inversamente proporzionale al numero dei suoi membri. E affermare che “sarà impossibile la proporzionalità al Senato in 9 Regioni”, “tanti territori saranno sottorappresentati” e avremo solo 3 o 4 partiti significa nascondere agli elettori che la maggioranza s’è impegnata, nel rifare i collegi dopo il taglio, a evitare quelle storture: per esempio, superando la base regionale del Senato che consentirà circoscrizioni pluri-regionali, a vantaggio delle Regioni più piccole e dei partiti minori.
Ecco perché voterò Sì al referendum.

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