12/03/2026
L’Italia figura tra i Paesi europei più esposti agli effetti di una crisi energetica, come evidenziato dal Financial Times. Secondo l’analisi di Oxford Economics, un prolungamento delle tensioni in Medio Oriente potrebbe spingere l’inflazione italiana oltre il 3% entro fine 2026, partendo dall’attuale 1,8% e tornando ai livelli del 2022. Tale vulnerabilità deriva dalla dipendenza strutturale (74,8% del fabbisogno) del nostro Paese per quanto riguarda le importazioni energetiche, posizionandoci con il tasso più elevato tra i principali Paesi UE come Germania, Spagna e Francia, e da un utilizzo altissimo del gas naturale per coprire elettricità e riscaldamento.
A differenza della Francia, sostenuta dal nucleare, o della Germania, con un mix più diversificato tra carbone, eolico e rinnovabili, l’Italia trasmette direttamente agli utenti finali ogni variazione dei prezzi del gas, saliti del 60% in Europa a seguito dell’attacco USA-Israele contro l’Iran. Il petrolio ha registrato un +30% in una settimana, aggravato dal rischio sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del fabbisogno mondiale.
Il problema principale è che i costi dell’energia non si vedono solo al distributore o sulle bollette, ma rientrano anche in tutti i beni e servizi che acquistiamo. Se per le aziende aumenta il costo dell’energia necessaria per i loro processi, il consumatore vedrà un aumento dei prezzi corrispettivo, e questo significa un aumento generale dell’inflazione. Un’inflazione elevata riduce il potere d’acquisto delle famiglie, comprime i margini delle imprese energivore e potrebbe indurre la BCE a posticipare o revocare i tagli ai tassi d’interesse previsti per il 2026. Con bilanci pubblici europei già in condizioni precarie, lo spazio per interventi è limitato e tutto dipende da quando e come finirà il conflitto in Medio Oriente.