Passo della Garina

Passo della Garina Altitudine massima: 1.140 mslm. I fitti boschi e le ripide creste che circondano la Vallemaggia la fanno apparire come una valle chiusa ed isolata.

Nei secoli scorsi gli alpigiani hanno però tracciato numerosi sentieri che permettevano loro di valicare le montagne e scendere nelle valli confinanti. Uno di questi è il Passo della Garina, che giace in una bella conca erbosa tra il Pizzo Peloso e il Salmone, ed è tuttora, per i Valmaggesi, la via escursionistica più veloce per raggiungere la Valle Onsernone. Le due valli si dividono a Ponte Brol

la: l’Onsernone si apre verso ovest, ripida e selvaggia, ma noi decidiamo di proseguire verso nord, tra le tranquille campagne della Vallemaggia. L’aria calda e soffocante pare volerci regalare un anticipo d’estate, e i primi turisti si stanno già assembrando lungo le rive sabbiose del fiume, alla ricerca di un po’ di refrigerio nell’acqua gelata. A Moghegno lasciamo l’asfalto arroventato e ci inoltriamo sul ripido sterrato che si protende verso il monte di Cortone. All’inizio della salita un cancello ci sbarra la strada, sovrastato da una invisibile dantesca scritta che consiglia a chi entra di abbandonare ogni speranza. Oltre il cancello, l’inferno! Sotto le f***e fronde degli alberi l’umidità raggiunge livelli insopportabili e l’aria, immobile, si condensa in grosse gocce sui nostri corpi sudanti. La strada sale a tornanti, uno uguale all’altro, senza alcun punto di riferimento, e non incontriamo alcun segno che lasci presagire la fine del calvario. Poi, d’improvviso, s’alza una brezza fresca e costante, che s’insinua a raffiche nel bosco, sollevando le foglie secche dello scorso autunno e facendo frusciare i rami degli alberi. Di colpo il bosco sembra destarsi e prendere vita al ritmo del cinguettio gioioso di una moltitudine di uccelli comparsi dal nulla, come preziose gemme sbocciate alle prime avvisaglie del temporale. Uno sguardo a mio fratello, e la decisione di continuare è unanime. In breve è un diluvio, ma pedaliamo con piacere, sotto il rinfrescante scroscio d’acqua appena attenuato dagli alberi. Le foglie dei castagni, le felci, l’erba, tutto risplende di una fantastica luce verde, e la salita nel bosco si trasforma in un viaggio avventuroso attraverso il cuore più puro della natura. Arriviamo a Cortone quando l’acquazzone si sta già allontanando, e i primi raggi di sole rischiarano i prati. Attorno alle numerose cascine i villeggianti, costretti dal temporale ad una fuga precipitosa, stanno risistemando le sedie a sdraio in giardino, e alcuni bambini sanciscono con grosse pietre i confini di un campo di calcio. Il nostro sentiero si dirige verso sud, seguendo le indicazioni bianco-rosse dipinte sul muro di una cascina. Il percorso è appena visibile, tra l’erba alta e le felci che, ancora intrise d’acqua, si impigliano nei freni e ci inzuppano le scarpe. In breve ci troviamo a scendere in una piccola valle impervia, e siamo nuovamente immersi in una natura incontaminata. L’incanto però dura poco, perché dopo i primi tornanti la discesa diventa troppo ripida, e siamo costretti a proseguire a piedi. Dall’altro versante della gola, alcune centinaia di metri più in alto, il Passo della Garina ci sorride beffardo mentre noi ci dibattiamo tra ortiche e sassi bagnati. Dopo una serie di scalinate raggiungiamo il torrente che, ingrossato dal temporale, rumoreggia borioso sul fondo della valle. Il sentiero lo costeggia ancora per qualche centinaio di metri, prima di riuscire ad attraversarlo grazie ad alcuni grossi massi, giù dove neppure i raggi del sole riescono a farsi strada. Poi iniziamo la risalita sul versante opposto, la bici ancora in spalla, i piedi sempre alla ricerca di appigli nel sottobosco scivoloso. Dopo quasi un’ora di cammino il terreno inizia a spianare, e possiamo di nuovo saltare in sella. Quando infine raggiungiamo il passo, davanti a noi si apre un’ampia vallata rivolta verso il sole pomeri­diano e punteggiata di numerose stalle e cascine. Il sentiero prosegue ancora per qualche metro in salita, fino a raggiungere un piccolo nucleo di case, poi si getta nella valle. La discesa inizia in modo sconnesso, tra grossi ciottoli che, scagliati in aria dalla ruota anteriore, a volte finiscono per colpire il telaio e a volte i nostri stinchi. Poi lentamente, come un vecchio meccanismo appena oliato che ricomincia a mettersi in moto dopo una lunga inattività, la situazione migliora, e quando entriamo nel bosco troviamo una mulattiera larga e scorrevole: la giusta ricompensa per le fatiche della traversata. Dopo aver raggiunto un isolato nucleo di case, alcuni tornanti ci portano all’Oratorio del Sassello, solitaria e misteriosa chiesa barocca che da oltre 300 anni saluta i viandanti che salgono sui monti. Anche sotto l’oratorio la mulattiera rimane scorrevole, e solo alle porte di Loco una ripida discesa lastricata in pietra ci regala qualche ultimo sobbalzo, come per ribadire che ci troviamo su un sentiero pedonale. Infine sbuchiamo sulla strada cantonale, che rapidamente ci riconduce al piano. Dopo aver valicato le imponenti montagne della Vallemaggia seguendo sentieri scoscesi e antiche mulattiere, ritorniamo così al punto di partenza. Ma ora siamo immensamente più ricchi di quando siamo partiti: abbiamo conquistato un altro mondo, altre bellissime immagini vivranno per sempre dentro di noi. Alfio Cerini, A due ruote dal cielo, Dadò Editore, Locarno, 2008

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un weekend piovoso alla Garina.

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6661

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